“Inez project – Prima practica, ovvero prima la musica poi le parole” è il titolo del concerto aperitivo previsto domenica prossima (ore 12) al Teatro Sociale di Camogli.
Ne è protagonista Ines Aliprandi, voce e tastiere, con il suo gruppo formato da Maurizio Ditozzi (sax tenore, contralto e soprano), Lorenzo Hernhut Girola (chitarra), Simone Giuffra (batteria), Alberto Miccichè (basso).
Aliprandi, imperiese, nostra collaboratrice per il settore jazzistico e non solo, ha un curriculum particolarmente interessante e originale. “Ho studiato pianoforte classico e mi sono laureata in lettere – spiega – Per anni ho insegnato in un liceo, poi, come vincitrice di Concorso sono diventata docente di “Poesia per musica e drammaturgia musicale” in Conservatorio, prima a Bari, poi a Spezia e da quattro anni, qui al “Paganini”.”
Nel frattempo però “covava” l’anima jazzistica: “Mi sono diplomata in jazz (canto come primo strumento) in Conservatorio: è l’ambito musicale che maggiormente mi appassiona perchè stimola più di ogni altro la creatività. Per carità, amo anche la musica classica, in particolare prediligo suonare Bach, che trovo di una modernità sconcertante, ma l’idea di lavorare sui brani ogni volta cercando qualcosa di diverso, curare un arrangiamento sempre diverso è quello che mi affascina maggiormente”.

Il sottotitolo del concerto richiede una spiegazione: “Nasce – racconta Ines Aliprandi – dalla riflessione sul rapporto tra suono e parola, di cui mi occupo quotidianamente per lavoro. Il sottotitolo è un libero riferimento ad una famosa querelle cinque-seicentesca, tra il celebre teorico Artusi e Claudio Monteverdi: il primo, sostenitore del primato della musica sul testo, il secondo viceversa il che non significa, naturalmente che Monteverdi ritenesse la musica meno importante della poesia, al contrario, pensava che essa dovesse intensificare il contenuto del testo, lasciandosi ispirare da esso. In questo progetto, “siamo con l’Artusi”, per dirla in breve, diamo la precedenza alla musica: i brani infatti, sono composizioni nate per strumento (sulle quali, in qualche caso, è stato messo un testo a posteriori). Ma il più delle volte la voce vocalizza i temi e improvvisa con lo scat, comportandosi come uno strumento e dialogando con gli altri musicisti in un articolato e fluido interplay collaborativo”.
Dunque un quintetto con voce che non propone, come spesso accade, il repertorio consueto dell’American Songs Book, con canzoni nate per le storie del grande musical classico di Gershwin, Porter e altri (e solo in seguito trasformate in standard jazz), ma composizioni sorte dall’estro dei grandi musicisti jazz, da Parker, a Monk, da Mingus a Shorter.
“Perché musica e poesia – aggiunge la Aliprandi – sono sì arti sorelle che in rari casi, unendosi, raggiungono vette altissime rimanendo “alla pari”, senza prendere il sopravvento l’una sull’altra, ma, a mio avviso, rimangono linguaggi liberi, indipendenti l’uno dall’altro: in fondo la poesia pura – che tra l’altro ha già in sé molti aspetti musicali – ha una sua autonomia artistica e non ha bisogno della musica, così come la grande musica non ha bisogno di parole per toccare le corde più profonde dell’animo umano, in modo tanto intenso quanto misterioso”.
