L’eleganza di Pavel Berman

“Avere un padre così famoso è un incentivo a cercare di dare il meglio per rispettare la tradizione di famiglia. Le rare volte in cui è a Mosca, mio padre mi ascolta e mi dà consigli. Abbiamo fatto anche qualche concerto insieme suonando Brahms”. Raccontava così Pavel Berman il suo rapporto con il padre, il grande pianista Lazar: era il 1987 e l’allora diciassettenne violinista era fra i concorrenti del Premio Paganini. Ottenne il secondo premio dietro al cinese Szy-Ching Lu, lasciando intravvedere eccellenti doti tecniche e musicali, tali da assicurargli una sicura carriera internazionale.

E’ stato un piacere, dunque, ascoltarlo ieri sera al Carlo Felice, ospite della Giovine Orchestra Genovese insieme alla pianista Maria Meerovitch.

I due artisti durante l’esibizione (Foto Silvia Aresca)

 

Bagaglio virtuosistico ineccepibile, perfetto controllo del suono, Berman è fra i violinisti di maggior levatura di oggi e lo ha dimostrato in un programma ripartito fra Mozart e Prokof’ev. Del primo il pubblico ha ascoltato le Sonate K 454 e K 304, del secondo le sonate op. 94 bis e op. 80. Pagine di natura assai diversa che l’artista ha affrontato con rigore ed eleganza. In particolare la Sonata in mi minore K 304, un gioiello articolato in due soli movimenti ha trovato in Berman un lettore sensibile e di particolare raffinatezza nel fraseggio.

Vigoroso il suo Prokof’ev, tanto nel tempestoso “Allegro brusco” dell’op. 80, quanto nella più complessa Sonata op. 94 bis nata in realtà per flauto e poi trascritta per violino.

Se dunque Berman ha confermato la sua statura di grande interprete, il “duo” ha suscitato qualche perplessità. Maria Meerovitch è pianista di esperienza e di solida preparazione. Ma, nonostante i due musicisti suonino insieme regolarmente, soprattutto nella prima parte della serata si è avuta l’impressione di letture divergenti con la tastiera eccessivamente sovrapposta all’arco e con una “intenzione” interpretativa non condivisa.

Assai meglio la seconda parte e decisamente felici i tre bis in cui il pianoforte ha “accompagnato” più che “duettato”: la “Serenata malinconica” di Cajkovskij e “Liebeslied” di Kreisler che hanno esaltato la cantabilità dell’arco di Berman e la “Danza ungherese” di Brahms, risolta con brillante discorsività.

Applausi calorosissimi e meritati.