Nel corso degli anni, molti, ho avuto occasione di poter andare fuori Genova ad ascoltare opere liriche in innumerevoli teatri. Con il passare del tempo, ho assistito ai cambiamenti avvenuti nel modo di cantare e di produzione degli spettacoli lirici, come avvenuto anche nel settore della prosa.
Adesso è maturata e, via via, snaturata la moda della “regia d’opera”, cioè, spiegata al popolo: non comanda più la volontà degli autori, né quella dei direttori, ma la volontà del regista, sommo sacerdote dell’esecuzione.
Sono arrivato a vedere Norma e Pollione uccisi con la pistola anziché salire verso il fuoco rigeneratore, ma non ero ancora pronto a veder cambiare, arbitrariamente, il finale dell’opera.
E questo orrore è puntualmente avvenuto, non in un piccolo teatro di provincia dove, a volte, si provano spettacoli “off”, ma in un Teatro con una grande tradizione: il Regio di Torino.
Sono stato a vedere “I Puritani” e ho assistito alla distruzione del patrimonio belliniano.

Secondo quanto leggo sul “Dizionario dell’opera lirica” degli Oscar Mondadori, il finale dell’opera viene descritto così: “…arriva la notizia della vittoria di Cromwell e del perdono concesso dal nuovo dittatore a tutti i seguaci degli Stuart. Arturo può quindi riottenere la mano di Elvira e la scena di terrore si tramuta in scena di festa”.
Cosa ho visto a Torino? Il regista, Pierre-Emmanuel Rousseau, ha avuto la brillante idea di tramutare un finale di gioia in tragedia: Arturo viene ucciso con un colpo di pistola e la povera Elvira cade a terra uccisa dal dolore.
Non mi meraviglio delle idee del regista, spesso si lasciano prendere la mano dalle loro fantasie, ma mi preoccupa l’adesione a questo progetto da parte del direttore artistico (Cristiano Sandri) e del direttore musicale (Francesco Lanzillotta) che ha diretto l’opera.
Dov’è andato a finire il rispetto verso gli Autori?
Non sono un purista che rifiuta gli aggiornamenti, ci sono registi che riescono ad aggiornare le vicende senza tradire l’opera – si pensi al riguardo “Il trionfo del tempo e del disinganno” di Haendel che il regista (Robert Carsen) ha modificato da oratorio a spettacolo rispettando la storia e il concetto che l’ha ispirata – ma, a mio avviso, credo ci sia un limite insuperabile perché stravolgere il finale di un’opera che, per caso, finisce nel trionfo dell’amore in una tragedia cupa e disperata, sia intollerabile.
Naturalmente, queste sono considerazioni personali, ad altri tale cambiamento può essere risultato interessante. Si sa, i gusti sono diversi. A me è bastato ascoltare la musica diretta in modo, per me, poco convincente e i due protagonisti (Gilda Fiume e John Osborn) decisamente all’altezza dei loro ruoli.
E il pubblico cosa fa? Applaude.
Spesso i “puristi” si scandalizzano per i cambi di secolo o per qualche aggiornamento e, ieri, cosa hanno fatto? Hanno applaudito fragorosamente il che significa che: o non avevano mai visto I Puritani e non conoscevano la trama, oppure…
