Il Campiello: la Venezia di ieri e di oggi

L’azione di questa Commedia è semplicissima, l’intreccio è di poco impegno, e la peripezia non è interessante; ma ad onta di tutto ciò, ella è stata fortunatissima sulle scene in Venezia non solo, ma con mia sorpresa in Milano fu così bene accolta, […] ma vi è una tal verità di costume, che quantunque travestito con termini particolari di questa Nazione, si conosce comunemente da tutti”. Scriveva così Carlo Goldoni nella prefazione alla sua commedia Il Campiello. A questa piece che risale al 1756 si è ispirato il compositore Ermanno Wolf-Ferrari per l’opera omonima che ha debuttato con caloroso successo ieri sera al Carlo Felice.

La produzione teatrale italiana post-pucciniana ha circolato sui nostri palcoscenici fino a quando i compositori dell’epoca sono rimasti attivi. Morti loro, sono scomparsi quasi tutti i loro titoli, sicchè la ripresa di un’opera del periodo suscita sempre curiosità. La prima del “Campiello” ha avuto luogo alla Scala nel 1936. L’unica apparizione genovese del lavoro risale al 16 gennaio 1940: al Carlo Felice salì sul podio Antonio Guarneri mentre la regia era di Mario Ghisalberti, autore del libretto dell’opera.

Non è, va detto, un capolavoro. Tuttavia, Ermanno Wolf-Ferrari ha costruito una partitura gradevole, con alcuni momenti davvero eleganti che guardano (per l’origine familiare del musicista, padre tedesco, madre italiana) tanto al “Falstaff” verdiano, quanto a Mozart e ai valzer straussiani. Piacevole, ad esempio, l’attacco del secondo atto con un cicaleccio che rimanda appunto all’ultimo Verdi. E squisitamente poetico l’addio a Venezia che chiude l’opera.

L’allestimento arrivava dall’Arena di Verona. La scena, fissa, di Giulio Magnetto era divisa in due sezioni: davanti la piazzetta goldoniana delimitata da casette con balconcini; dietro, un canale attraversato da gondole e animato da “maschere”. La doppia sezione è servita al regista Federico Bertolani per giocare sul tempo: alla Venezia settecentesca con i costumi, il dialetto, la storia, si contrappone una Venezia che cambia, supera l’epoca di Wolf-Ferrari e nel terzo atto approda all’oggi: una sirena annuncia l’arriva dell’acqua alta, si vede il Mose entrare in azione e nel poetico, bellissimo, già citato “Addio a Venezia” finale, addirittura irrompe nel fondo una ingombrante nave passeggeri. Una soluzione interessante che attualizza la lettura giocando su una doppia chiave temporale che è poi la stessa del compositore: la rivisitazione del Settecento da parte di un artista del Novecento, in una prospettiva neoclassica.

Sul podio dei complessi stabili (coro diretto da Patrizia Priarone), Francesco Ommassini ha garantito una lettura in generale elegante. Ha dovuto fare i conti con la necessità di mantenere una trasparenza settecentesca in una partitura che tuttavia ha slanci a tratti di particolare esuberanza. E’ un problema comune a molti titoli neoclassici: si pensi, ad esempio, alle Maschere di Mascagni in cui la Sinfonia pare richiamare Cimarosa, ma la scrittura vocale successiva non ha altrettanto leggerezza. Ommassini è riuscito a mantenere un buon equilibrio fra palcoscenico e buca e a regalare momenti piacevoli. Se un appunto si può muovere riguarda la necessità di una più marcata vivacità che in alcune parti avrebbe reso maggiormente spigliato il lavoro.

Ottimo, nell’insieme, il cast vocale. Due erano le difficoltà principali: il dialetto veneziano e la necessità, in un’opera interamente giocata su bisticci, tafferugli, giochi di coppie, di essere “attori” oltre che cantanti. Tutti hanno risolto la loro parte con vivacità mostrando buone doti vocali e felice personalità scenica: da Bianca Tognocchi (Gasparina) a Benedetta Torre (Gnese), da Gilda Fiume (Lucieta) a Paola Gardina (Orsola), da Matteo Mezzaro (Zorzeto) a Gabriele Sagona (Anzoleto). Una annotazione particolare per Leonardo Cortellazzi e Saverio Fiore, bravissimi nei due ruoli “en travesti”, rispettivamente come Dona Cate e Dona Pasqua.

Applausi calorosissimi e meritati. Prima replica domani alle ore 15.