Se si scorrono i programmi dei teatri italiani fra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta del secolo scorso si può constatare la frequente presenza di Pizzetti, Casella, Malipiero, Respighi. La cosiddetta Generazione dell’Ottanta era allora felicemente rappresentata in un’ottica di continuità con gli operisti del periodo precedente (in primis Puccini). Poi improvvisamente su questi autori è calato il silenzio e oggi vedere in scena una loro opera è una rarità.
In realtà quella Generazione, importante anche per il teatro, lo è stata soprattutto in campo strumentale. Il nostro Ottocento, come è noto, è stato essenzialmente segnato dal teatro musicale: ci sono state anche esperienze strumentali grazie ad alcuni virtuosi in specifici strumenti (basta pensare al nostro Paganini), ma nulla di paragonabile a quel che accadeva nel resto dell’Europa occidentale.
“Quando questa generazione cominciò a pensare, l’unica musica tipicamente italiana era quella operistica ottocentesca e verista piccolo-borghese. Urgeva dunque scuotere a tutti i costi questa idea angusta e antistorica e ricondurre i musicisti prima e le masse più tardi a pensare che ben altre, più profonde, più varie erano le fondamenta della nostra musica….”. Lo scriveva appunto Alfredo Casella facendosi portavoce delle aspirazioni della sua Generazione: uno sguardo all’Europa per recuperare il tempo perduto, ma anche uno sguardo alla nostra storia in un atteggiamento neoclassico che avrebbe portato a recuperare forme antiche e a rivalutare compositori dimenticati.
Un’operazione non solo intellettuale, ma anche di alto profilo artistico perché si parla di compositori dal mestiere solido alcuni dei quali (pensiamo a Casella, Pizzetti, Respighi) sono stati i maestri delle generazioni successive, protagoniste del secondo Novecento (Petrassi e Dallapiccola, prima, Berio, Nono, Maderna, poi).

Il concerto offerto dal Carlo Felice ieri sera nell’ambito della stagione sinfonica e affidato alla bacchetta di Sesto Quatrini (nei giorni scorsi impegnato nel Macbeth), ha proposto proprio due partiture che si collocano in questa fase storica: Le vetrate di chiesa di Respighi e la Sinfonia n. 2 op. 12 di Casella.
Compositore di solido mestiere, allievo per un certo periodo di Rimski-Korsakov (un maestro dell’orchestrazione) Respighi ha lasciato un interessante corpus di poemi sinfonici che si fanno apprezzare per la ricchezza coloristica dello strumentale. Vetrate di chiesa, propriamente “quattro impressioni sinfoniche”, prende spunto da altrettanti affreschi (La fuga in Egitto, San Michele Arcangelo, Il mattutino di Santa Chiara, San Gregorio Magno) : Respighi li racconta in un discorso musicale arcaico nel ricorso a modalità antiche, imponente nella vivacità della strumentazione, a tratti ridondante, ma di forte impatto suggestivo.
Pagina ostica sul piano esecutivo che Quatrini ha letto con vigore e puntualità, ben assecondato dall’orchestra numericamente imponente.
Poi la Sinfonia di Casella. Opera ancora giovanile che sembra guardare a Mahler per il gigantismo sonoro e per la dilatazione dei tempi, ma che rivela anche una concezione stilistica del tutto personale e autonoma. E’ un’opera di forte tensione che si avverte già nel Lento iniziale (violento e aggressivo) e che si propaga in tutti i movimenti (con un alleggerimento nell’elegante Allegro molto vivace) fino all’Epilogo, un Adagio mistico (“Con tutta l’intensità di espressione possibile”) di notevole effetto sonoro. Una festa per le percussioni e un notevole impegno per l’orchestra chiamata a risolvere una scrittura ostica sul piano ritmico e con passaggi frenetici.
Lodevole la prova di Quatrini che ha assicurato una esecuzione fluida e convincente ben meritando i calorosi applausi finali da parte di un pubblico non folto.
