“Del Trovatore avrà sentito: sarebbe stato meglio se la compagnia fosse stata completa. Dicono che quest’opera sia troppo triste e che vi sieno troppe morti, ma infine nella vita tutto è morte…”. Scriveva così il 29 gennaio 1853 Verdi alla contessa Clara Maffei commentando il debutto del “Trovatore”.
Una lettera che offre due motivi di riflessione. Innanzitutto la visione, assai pessimistica, di Verdi sulla morte che incombe: “Trovatore” è in effetti un’opera fosca, sanguigna segnata sin dall’inizio dalla tragedia. E poi l’accenno alla “compagnia” incompleta. Opera fra le più popolari del teatro musicale, “Trovatore” per essere messo in scena necessità di un quartetto vocale (o meglio ancora di un quintetto) di prim’ordine.
L’opera verdiana che nel 1991 ha inaugurato il Carlo Felice, è andata in scena giovedì sera sul palcoscenico genovese in un allestimento prodotto dal nostro teatro nel 2019 con la regia di Marina Bianchi e l’impianto scenografico di Sofia Tasmagambetova e Pabel Dragunov: una austera fortezza medievale che ruotando si apre alle diverse scene con un bell’effetto visivo.
La Bianchi, a parte alcune soluzioni discutibili (una scenetta distraente e non necessaria durante il racconto di Ferrando e soprattutto uno stupro in scena non richiesto) ha costruito un’azione scorrevole, ben equilibrata negli spazi con alcuni momenti godibili: si pensi alla battaglia di spade realizzata al rallentatore con gli armigeri preparati dal maestro d’armi Corrado Tomaselli.

Giampaolo Bisanti, sul podio dei complessi stabili, ha assicurato una lettura interessante per la duttilità dinamica, la cura negli slanci lirici, la tensione drammatica che attraversa molte pagine dalla ricca partitura verdiana. Non sempre si è avvertito un equilibrio ottimale fra buca e palcoscenico, soprattutto in alcune grandi scene corali.
Si diceva della necessità di avere un quartetto vocale o addirittura un quintetto di livello.
Il cast ascoltato ieri sera è parso all’altezza della situazione.
Clementine Margaine ha restituito una Azucena fortemente drammatica e autorevole, Erika Grimaldi ha assicurato a Leonora una vocalità controllata e elegante; Ariunbaatar Ganbaatar è stato un Conte autorevole e ispirato; Fabio Sartori ha affrontato la parte di Manrico con la consueta, eccessiva, generosità vocale; Simon Lim è stato un Ferrando ben controllato. E bene anche Irene Celle (Ines) e Manuel Pierattelli (Ruitz).
Applausi calorosi, prima replica questo pomeriggio, ore 15.
