Chiusura festosa del Nervi International Ballet Festival con un Gala dedicato a Mario Porcile. Ideato dal responsabile artistico Jacopo Bellussi con l’ampia consulenza di Maina Gielgud, la serata divisa in tre tempi è iniziata con il celebre “Pas de Quatre”. Il balletto simbolo dei primi festival, da quando nel 1957 sul palco allestito nel parco Gropallo salirono Alicia Markova, Yvette Chauviré, Margherte Schanne e la debuttante Carla Fracci. Un tuffo nel cuore del balletto romantico, quando le dive dell’epoca si sfidavano a suon di variazioni e tecnicismi sul loro campo di battaglia, il palcoscenico.
Nel 1941 Anton Dolin reinventò le coreografie partendo da una stampa d’epoca; la ripresa per il terzo Festival del Balletto fu una delle tante idee geniali in cui Porcile era maestro. Se un secolo prima le interpreti erano quattro dive italiane, nel ‘57 l’unica italiana era Carla Fracci al suo debutto internazionale. Ieri sul palco nei parchi le protagoniste sono state quattro eccellenti danzatrici straniere, poco conosciute al grande pubblico ma sicuramente all’altezza del compito. Ida Praetorius, prima ballerina dell’Hamburg Ballet nel ruolo che fu di Lucille Grahan, Aliya Tanikpaeva, étoile del Balletto Ungherese, nel ruolo che fu di Maria Taglioni; Cassandra Trenary, prima ballerina dell’American Ballet Theatre, ha avuto il ruolo di Fanny Cerrito; Jessica Xuan, prima ballerina del Dutch National Ballet, quello di Carlotta Grisi. Sono state unite da Maina Gielgud, che nella sua lunga carriera ha interpretato molte volte e in tempi diversi il balletto, ricoprendo tre dei quattro ruoli, e oggi è tra le poche artiste al mondo che ha l’autorizzazione di riallestire il balletto. Le interpreti di oggi si sono conosciute per l’occasione, familiarizzando tra loro nell’apprendere uno stile ormai lontano dalle tecniche dei nostri tempi. Lo stile romantico prevede un atteggiamento del busto inclinato in avanti, le braccia sempre all’interno del campo visivo e mai allungate in movimenti misurati e trattenuti, un delicato gioco di epaulement e di inclinazioni della testa, sguardi ben calibrati durante le variazioni ricche di elementi tecnici, sia rapide che in adagio. Tutte e quattro ben calate nei loro ruoli, le danzatrici hanno interpretato il balletto facendo trasparire più armonia che volontà di sfidarsi.

Il filo conduttore dell’omaggio a Porcile, dopo l’apertura così evidente, è sembrato farsi più sottile, ma in realtà restava sotteso in ogni brano. Forse perché è una realtà implicita e va al di là dei titoli: fare danza e balletto a Nervi è di per sé un omaggio a Mario Porcile, lì sta tutta l’eredità che ci ha lasciato e che troppo spesso Genova ha ignorato.
Il secondo pezzo in programma, “Forme et ligne” di Maurice Béjart, ha avuto protagonista Ksenia Ovsyanick, ex ballerina principale del Berlin State Ballet e attualmente artista ospite internazionale. Anche in questo caso l’artefice è stata Maina Gielgud: per lei Béjart lo ricreò nel 1970 sulla “Variation pour une porte et un soupir” composizione di musica concreta di Pierre Henry, assolo che la Gielgud portò anche al Festival di Nervi nel 1974 in uno dei celebri “Gala delle stelle” targati Porcile. Su sonorità stridenti, questo assolo sulle punte e costume accademico lungo bianco mette in luce come un corpo esile ma forte di una danzatrice possa assumere posture inusuali, mimare rumori e riprodurre movimenti rigidi come una porta chi si apre cigolando, come in un sospiro o alito di vento sfidare la gravità, mantenendo lunghi equilibri in punta sulla sola gamba come cardine perfetto.

Il terzo brano ha nuovamente reso omaggio a un balletto che a Nervi si è visto più volte, anche in questa edizione: in questo caso solo un estratto, la scena del balcone da “Romeo e Giulietta” coreografia di Kenneth MacMillan su musica di Prokofiev, interpretato dalla coppia Cassandra Trenary e Matthew Ball. Ispirati e passionali, tecnicamente perfetti, forse i migliori in assoluto di tutta la serata. Lei già interprete del Pas de Quatre, lui partner di Bellussi anche nel successivo “Song of a Wayfarer” di Maurice Béjart, anche noto col titolo francese “Chant du compagnon errant”.
Ball è un danzatore dalla classe e talento sopra la norma, dotato di fascino e tecnica, ha la capacità di far apparire semplici anche i passi più arditi, resta padrone di sé sul palco con quell’atteggiamento da fuori classe in cui la consapevolezza del ruolo non sfora mai nel narcisistico compiacimento. Il doppio ruolo di responsabile artistico e danzatore era molto atteso dal pubblico: Jacopo Bellussi, se nel primo compito è stato un neofita, in quello di danzatore si è riappropriato della sua identità ed è stato partner diligente e preciso. Sulle note dei “Lieder eines fahrenden Gesellen” di Gustav Mahler il passo a due fu creato da Béjart nel 1971 per due insuperabili divi del passato nonché grandi protagonisti di Nervi in anni lontani, Rudolf Nureyev e Paolo Bortoluzzi, per questa occasione è stato curato e ripreso da Maina Gielgud.

Il programma è proseguito con un ineccepibile passo a due dal secondo atto di “Giselle” nella coreografia storica di Coralli-Perrot-Petipa ripresa dalla Gielgud, con Aliya Tanikpaeva e Dmitry Timofef. Un altro passo a due, meno scontato e poco visto, si è rivelato una vera sorpresa piacevole, “Trois Gnossiennes” di Hans van Manen, con Jessica Xuan e Jakob Feyferlik. Anche in questo caso l’omaggio implicito al passato: le coreografie di Hans van Manen per il Nederlands Dans Theater “Grosse fughe” e “Sinfonia in tre movimenti” spiccarono nel Festival del 1972.
In chiusura il passo a due “nero” da “La Signora delle Camelie” di John Neumeier, con Ida Praetorius e Jacopo Bellussi. Hanno brillato entrambi per bravura e interpretazione, giocoforza l’essere praticamente un classico del loro repertorio: la Praetorius è ancora nel corpo di ballo di Amburgo, dove a lungo ha lavorato Bellussi, e lo stile Neumeier è sicuramente linfa che scorre nelle loro vene.
Gli applausi calorosi del pubblico in finale sono stati decretati anche alle vere due anime “senior” di questo Festival: Gielgud e Neumeier, in questi ultimi giorni a Genova come presenza di supporto importante per Bellussi, che lo considera il suo mentore.

Arrivati alla fine della manifestazione proviamo a tirare le fila da un punto di vista artistico, ragionando sulle scelte messe in programma. La consulenza affidata a Jacopo Bellussi ha fatto si che, come primo approccio, il giovane danzatore genovese si rivolgesse a quello che è stato il suo habitat formativo e lavorativo: da Genova dove partì praticamente bambino, dopo poco tempo alla Scuola della Scala di Milano ( 28 giugno) fu a Londra alla scuola del Royal Ballet (12 e 13 luglio) e ha in seguito mosso i primi passi nella Bayerische Junior Ballett di Monaco (23 luglio). Il Balletto Kiel (9 luglio) è stato fondato da danzatori usciti dall’Hamburg Ballet, dove Bellussi è entrato nel 2012 ed è rimasto sino a poche settimane fa, diventando prima solista e poi primo ballerino; con Lucia Lacarra (Lucia Lacarra Ballet il 16 luglio) ha lavorato anche a Genova nel suo gala di beneficenza del 2024. Buonissimi spunti diventati ospiti, sfruttando umanamente le proprie conoscenze e avendo una formazione di alto livello come la sua. Maina Gielgud lo ha affiancato in tutto il festival e, come ha dichiarato in una intervista televisiva, “lo ha aiutato a capire chi fosse Porcile”.
Ricordiamo che la Gielgud ha avuto una carriera vastissima, dai primi passi mossi a Parigi appena quindicenne nei “Ballets des Champs Elysées” di Roland Petit, al “London Festival Ballet” e al “Sadlers Wells Royal Ballet”; come artista ospite è stata partner di Rudolf Nureyev e Jorge Donn. Fu acclamata interprete anche di alcuni Gala ideati da Porcile ai Festival di Nervi del 1972, 1974 e 1976. È stata anche direttrice artistica dell’”Australian Ballet” e proprio in quella versione era stata l’ultima volta al Festival di Nervi nel 1992. Oggi viaggia per il mondo e trasmette ai giovani danzatori tutto quanto le è possibile, o richiesto, del suo repertorio vastissimo accumulato in decenni di carriera.
Bellussi stesso, durante l’incontro di presentazione dello spettacolo finale, ha definito questa edizione “il numero zero” del nuovo corso, sarà interessante vedere cosa potrà proporre in una nuova occasione. Esaurita, forse, la zona di conforto di affidarsi a compagnie “amiche”, saremo pronti a farci stupire da altri gruppi e compagnie anche di stili diversi dal classico – neoclassico, provenienti dal resto del mondo e dall’Italia, come gli antichi Festival, dichiarati fonti di ispirazione, garantivano.
