Successo meritato per “Bolero – Ravel” al Carlo Felice che, come da tradizione, dedica alla danza le sue serate prenatalizie. Protagonisti Sergio Bernal e Luciana Savignano, insieme ad Anbeta Toromani e Alessandro Macario, Luca Curreli e Jacopo Giarda e i ballerini della Sergio Bernal Dance Company. Quattro celebri brani musicali di Maurice Ravel per quattro coreografie con intermezzi recitati: così si delinea il composito spettacolo ideato e prodotto da Daniele Cipriani con testo di Vittorio Sabadin e la regia di Anna Maria Bruzzese. L’intento è quello di raccontare la storia del compositore, di cui ricorrono i 150 anni dalla nascita, attraverso alcune delle sue pagine più celebri scritte per la danza. In realtà il racconto non è lineare: gli attori Alessandro Ambrosi e Marco Guglielmi, che introducono ogni brano, attivano la memoria, chiamano in causa lo spettatore, che a poco a poco si lascia condurre in un viaggio evocativo e struggente. La musica ben eseguita dall’orchestra del Carlo Felice diretta da Paolo Paroni resta protagonista malgrado la danza, almeno nei primi due pezzi.
In “Rapsodie Espagnole”, di e con Sergio Bernal, si apprezzano le due anime del danzatore madrileno: il suo raffinato senso accademico indugia sovente nell’accennare il flamenco, dualità simile a quella del compositore francese che nella “Rapsodie” attinge alla sua eredità spagnola.
“Pavane pour une infante défunte” vede una guest star, la “divina” Luciana Savignano. La coreografia di Simone Repele e Sasha Riva è pensata per lei insieme ai giovani Luca Curreli e Jacopo Gargia. Esile e potente insieme: Savignano, classe 1943, incarna il racconto della sua vita di danzatrice, entrando e uscendo da una porta che si staglia in una scenografia metafisica, con giochi di luce e controluce d’effetto. Tra l’eco delle sue parole e la melodia della musica, struggente e così moderna, indugia nel ricordo e vola sospinta dai due danzatori come anelito vitale che si fa danza.

Le emozioni si accendono e si trasformano in danza in particolare in “La Valse” e nel conclusivo “Bolero”. Nato come omaggio agli Strauss e finito come danza macabra: così introducono “La valse”, terzo brano dello spettacolo, i due attori-fil rouge. La coreografia di Francesco Nappa rende gli interpreti Anbeta Toromani e Alessandro Macario come ulteriori strumenti per esaltare la musica. Impresa ardita quella di ri-creare in danza “La Valse”: la prima realizzazione come balletto risale 1929 con la compagnia di Ida Rubinstein, la stessa che commissionò a Ravel “Il Bolero”, con coreografia di Bronislava Nijinska, scene e costumi di Benois. Fokine realizzò poi una sua versione, sempre per la compagnia della Rubinstein, nel 1931. Leonide Massine vi si cimentò realizzando una nuova versione nel 1950. Quella forse più famosa è firmata da George Balanchine che con il New York City Ballet lo mise in scena nel 1951; anche Frederick Ashton creò la sua versione nel febbraio 1958 alla Scala di Milano, riprendendola l’anno dopo per il Royal Ballet. In questo caso Nappa esalta le peculiarità dei danzatori e alterna lirismo a piccoli effetti spettacolari, come il calare dall’alto di veli leggeri che avvolgono la danzatrice creando un vorticoso viluppo.
Il “Bolero” flamenco di Bernal e la sua compagnia di dodici danzatori chiude lo spettacolo, non prima di aver accennato a un altro Bolero di cui Savignano è stata tra le acclamate interpreti, quello di Maurice Béjart, il più celebre del XX secolo. La coreografia di Rafael Aguilar restituisce al “Bolero” tutto il significato di rito collettivo, incarna una nuova idea di danza come ossessione lucida, macchina rigorosa cha apre spazi di vertigine e libertà
Repliche sabato 20 dicembre alle ore 15 e alle 20; domenica 21 dicembre ore 15.
