Misurarsi con il Tristan per un teatro italiano è sempre un azzardo, vuoi per la scarsa consuetudine dei nostri complessi con il repertorio tedesco, vuoi per il pregiudizio di buona parte del pubblico nei confronti di Wagner e delle sue interminabili opere. Ieri sera però la sfida è stata vinta a piene mani; il Tristan ascoltato e visto al Carlo Felice è da ascriversi tra gli esiti più alti delle ultime stagioni.
Gran parte del merito va senz’ombra di dubbio a Donato Renzetti, che, fatto non trascurabile, si misurava per la prima volta con il titolo.
Da grande musicista qual è, Renzetti ha fatto un lavoro di approfondimento della diabolica partitura degno dei migliori interpreti wagneriani. Lo si è avvertito già quando la prima frase del preludio ha squarciato il silenzio della sala, provvidenzialmente senza il rituale dell’applauso iniziale, come a Bayreuth. Le note del desiderio sono emerse chiare, perentorie, scolpite, così come il loro sviluppo giocato su un tempo non troppo lento, quasi a voler delineare una visione passionale e vibrante dell’opera, che potrebbe richiamare quella registrata a Bayreuth alla fine degli anni ’60 diretta da Karl Bohm, piuttosto che versioni più intimistiche o mistiche quali quelle di Sawallisch, Kleiber e Bernstein. Renzetti e l’orchestra fanno respirare una mestizia inevitabile, un’aura che palesa forse più l’arcano che il simbolico, con luminosità e tenebrosità già sentite nel Rheingold e che nel Tristan si trasfigurano verso il sublime.
Ma il Tristan, come tutto il mondo wagneriano, non è solo fatto di leitmotiv ricorrenti, di armonie audaci e di atmosfere drammatiche cangianti, ma è fatto di suono; un suono che si alimenta di timbri diversi e di impasti coloristici preziosissimi.
Renzetti ha colto tutti questi aspetti, sapendo evocare momenti altamente lirici alternandoli ad estroversione eroiche, momenti profondamente angoscianti a squarci di sonorità luminose e brillanti.

E qui entra in gioco l’orchestra che magistralmente ha seguito la lettura del direttore con precisione, senso del colore, impasti sonori di ragguardevolissimo livello. Memorabili gli interventi solistici di clarinetto basso, corno inglese, oboe spesso chiamati a dialogare tra di loro proprio nei momenti culminanti. Ma anche l’insieme degli archi ha esibito notevolissimi momenti che non si spengono e non si dimenticano: l’incipit del terzo atto fra tutti, dove violoncelli, viole e contrabbassi hanno introdotto la parte estrema dell’opera con l’evocazione di un granito nero, di uno stranito, dolente ed inospitale luogo emotivo dato da un suono pieno, turgido che introduceva l’attesa funebre e precedeva l’intensità minimale del solo di corno inglese, stupendamente giocato tra suono e silenzio. Ottimi anche gli interventi degli ottoni nei momenti di fanfare regali e nelle escursioni dinamiche di grande potenza sonora, senza esagerazioni di sorta.
Anche il coro, istruito da Claudio Marino Moretti, ha dato il meglio di sé nei brevi interventi previsti da Wagner.
E veniamo ai cantanti: tutti di livello più che buono. Soojin Moon-Sebastian chiamata all’ultimo minuto a sostituire Marjoire Ownes, tratteggia un’Isolde raffinata e perentoria, capace di regalare momenti lirici cesellati con gusto (anche nel Liebestod) e slanci drammatici veementi senza esagerazioni, specialmente nel primo atto. Tristan, interpretato da Tilmann Unger, era reso grazie ad una voce certamente non potente, ma gradevole come colore ed emissione; da alcuni commenti colti negli intervalli la voce “piccola” deve aver disturbato parte del pubblico, che lamentava come fosse talvolta sopraffatta dall’orchestra. Per realizzare il contrario ce ne vuole di voce, considerato l’organico previsto, ma nell’insieme la prestazine di Unger non ha deluso, regalando momenti alti specialmente nella scena con Kurvenal nel terzo atto. Ragguardevolissimo il Kurwenal di Nicolò Ceriani, che vanta intonazione perfetta, emissione intensa e presenza scenica pertinente. Incisiva la Brangane di Daniela Barcellona, talvolta incline ad un certo vibrato ma efficace in tutte le sue apparizioni. Evgeny Stavinsky delinea un Konig Marke scolpito ed autorevole, grazie ad una voce potente e raffinata, capace di rendere egualmente bene i momenti di pietà e quelli di tensione.
In ultimo regia e scenografia, curate da Laurence Dale e Gary Mc Cann: una soluzione semplice, chiara senza trovate su cui far discutere a tutti i costi, e realizzata su due elementi circolari presenti in tutti e tre gli atti, dietro ai quali si sono alternate retroproiezioni ideate da Leandro Summo, di visioni di mare nei vari suoi stati, di foresta nel secondo atto e di ghiacci e di rasserenati orizzonti nel terzo. Il mare, ora calmo ora in tempesta, bene ha rappresentato il regno dell’inconscio che tanta parte ha nell’opera, mentre le due piattaforme tondeggianti hanno mantenuto l’idea di staticità del dramma, in modo pertinente ed efficace. Belli i giochi di luce di John Bishop, che hanno accompagnato e diversificato le atmosfere drammatiche dei tre atti. Attento ed entusiasta il nutrito pubblico, nella inconsueta e non facile esperienza di uno spettacolo cominciato alle 18.30 e terminato alle 23.15. Calorosi applausi per tutti. Non resta che augurarci che il maestro Renzetti regali a Genova altre esecuzioni wagneriane, manifestandogli tutta la riconoscenza possibile per aver reso così mirabilmente il Tristan und Isolde.
