Gino Paoli, poeta ironico e riservato

E’ morto questa notte nella sua casa a Sant’Ilario Gino Paoli. Il grande cantautore, genovese d’adozione, aveva 91 anni. Con lui se ne va uno dei maggiori autori della canzone d’autore italiana e l’ultimo rappresentante della cosiddetta scuola genovese che riuniva alcuni fra i massimi talenti del tempo, da De Andrè a Bindi, da Tenco a Lauzi a Paoli, appunto. Nel 2010 ebbi occasione di fare una lunga conversazione con Gino Paoli nella sua casa in collina. Qui di seguito ne pubblichiamo uno stralcio.

 

Sulla porta d’ingresso un cartello avvisa: “Attenti al gatto”: “Ne ho tre. Mia mamma in casa non ne voleva e così come sono andato a vivere da solo mi sono preso una gatta che per me è il simbolo della libertà. La libertà non è quella della tigre nella giungla; la libertà è rimanere se stessi anche in ambienti che cercano di condizionarti, di cambiarti.” Parole di Gino Paoli che alla sua prima gatta, dominatrice incontrastata nella soffitta di Boccadasse, deve le sue iniziali fortune nel mondo della canzone d’autore. Lo incontriamo nella sua casa sulle alture di Nervi,  il mare di fronte, alle spalle una collina di olivi: “Troppo spesso oggi perdiamo il contatto con la natura. Io voglio che i miei figli crescano sapendo che i polli non sono solo quelli confezionati che si trovano nei supermercati. Ho un pollaio, un orto, amo la mia terra, questa città in cui non sono nato ma che è diventata la mia casa quando avevo appena una trentina di giorni”.

Paoli è l’ultimo rappresentante della cosiddetta scuola genovese dei cantautori, insieme a Bruno Lauzi, Luigi Tenco, Umberto Bindi, Fabrizio De Andrè. E per certi versi possiamo aggiungere anche Sergio Endrigo e Piero Ciampi. Non è stata una scuola anche se ha avuto dei punti di riferimento precisi e più o meno accomunanti nei fratelli Reverberi (fu Gianfranco, entrato alla Ricordi a chiamarli uno per uno a Milano, rivoluzionando il mondo della musica leggera italiana) e nel paroliere Giorgio Calabrese.

– Cosa vi ha unito e cosa vi ha diviso?

“Siamo stati un gruppo vero per molto tempo e essenzialmente prima di fare i cantanti. Perché nessuno di noi aveva intenzione di diventare quello che è poi stato. Bruno studiava e si è poi laureato, Luigi ha frequentato ingegneria, Calabrese lavorava in porto, io facevo il pittore e quando ho iniziato a cantare a 26 anni da cinque o sei ero grafico. Giampiero Reverberi ha fatto il primo arrangiamento a una mia canzone che aveva i calzoni corti e frequentava il Conservatorio. Ci incontravamo tutti nello stesso bar alla Foce. Avevamo tanti interessi. Io ascoltavo Brassens e leggevo molti autori francesi e americani, avevo la passione per Miller; Luigi era affascinato da Pavese. Ma per capire quel momento bisogna ricordare la guerra, il dopoguerra, la liberazione. Si respirava un’aria completamente diversa da quella di oggi; gli autori americani e quelli francesi ci sono piombati addosso come il jazz, il segnale di qualcosa di nuovo da acchiappare al volo”.

– In tutto questo come ha influito Genova?

“Genova è una città strana. E’ matrigna, madre, amante. Opprime sul piano sociale, politico, culturale ma è incredibilmente ricca di bellezze che non manifesta. Non è una vecchia puttana come Roma, né una signora di buona famiglia come Firenze, né una damina settecentesca come Venezia. E’ discreta, nascosta ma piena di energia positiva. Se dovessi descrivere Genova e la Liguria con delle immagini ne proporrei tre: il mare, un olivo e un gatto”.

– Tempo fa ha indicato in “Sassi” la canzone cui è più legato…

“Ho detto che è la mia canzone più riuscita e non intendo la più bella. La creazione è il tentativo di produrre un qualcosa con mezzi concreti che ripeta un’emozione che hai in testa e che è un fatto astratto. Quanto più il prodotto, una parola che non mi piace ma in questo momento non ne trovo altre, si avvicina all’emozione astratta tanto più è riuscito. Nel mio lavoro io cerco di essere essenziale. L’artista ha il dovere di non aggiungere ma evidenziare. Io odio le etichette, le ho sempre rifiutate ma se dovessi indicarne una per me, direi che sono un evidenzialista. Io apprezzo chi per esprimere qualcosa usa tante parole; io con venti parole chiudo una canzone, sono sufficienti a quello che voglio dire”.

– Un elemento che ha accomunato Lei agli altri della scuola genovese è stato l’amore per il jazz: Lei, Tenco, Lauzi, De Andrè vi siete ritrovati a suonarlo…

“E’ stato, come ricordavo prima, un elemento liberatorio per la nostra generazione, il segnale di un cambiamento. Io ho sentito per la prima volta la tromba di Armstrong mentre passavano i carri armati americani”.

– Il Suo rapporto con la musica classica…

“Mio padre aveva voce da tenore e amava cantare. All’epoca, a Pegli, abitavamo in una casa alquanto singolare con persone molto diverse fra loro. C’era anche un podestà fascista che aveva due figlie, una delle quali suonava il pianoforte. La sera la ragazza accompagnava mio padre che intonava arie di Giordano e Puccini. Il lunedì, invece, ci si sedeva davanti alla radio per ascoltare l’opera: mio padre, cinque minuti dopo l’inizio, si addormentava! In realtà io ho avuto una formazione classica e sono un onnivoro: leggo e ascolto di tutto. La libertà è anche e soprattutto il diritto di scelta e per scegliere devi conoscere. Poi naturalmente ho le mie predilezioni. Ad esempio non riesco a digerire Wagner, forse continuo a rifiutare una certa cultura”.

– Ci sono canzoni dei Suoi compagni di viaggio che avrebbe voluto scrivere?

“Tante. Perché avevamo un linguaggio simile che arrivava dal contesto comune in cui siamo cresciuti e maturati. Ognuno ha percorso a un certo punto una propria strada, ma bene o male siamo nati tutti lì. L’amico che ho ammirato di più e che non mi ha mai deluso è stato Lauzi di cui ho portato al successo “il poeta”. La sua canzone “Se tu sapessi” è splendida. Bruno aveva un senso dell’ironia e un coraggio straordinari. Era il più artigiano di noi, nel senso più elevato del termine, naturalmente. Ciampi invece era il vero poeta. Umberto era buono, troppo buono, fragile e incredibilmente sensibile”.

– Lauzi ironico: ma forse l’ironia è una prerogativa del gruppo…

“L’ironia ci ha sempre salvato. Io non mi sono mai preso sul serio e questo mi ha consentito di navigare in questo mondo. Un’ironia, la nostra, tutta genovese, essenziale. Le nostre barzellette sono di poche parole, è un’ironia rarefatta. Basta pensare a Govi, ma anche al Grillo di qualche anno, fa quando con due o tre aggettivi distruggeva una persona”.

– Accanto alla musica, continua a coltivare la pittura?

“Io resto pittore dentro e lo sono anche quando faccio il musicista. Sono anni che non dipingo, in realtà. Tempo fa ho fatto dei disegni per un libro, adesso mi hanno offerto un altro lavoro del genere, ma non so ancora se accetterò. Ho comunque tutto pronto in una stanza, caso mai mi venisse la voglia…

– Riguardando al passato, quale immagine ha della scuola genovese?

“Un’immagine felice. Prima di infilarci in questa avventura, eravamo ragazzi pieni di vita e di voglia di fare, felici di poter stare all’aria aperta senza la paura delle bombe, ottimisti nel guardare avanti. Si parlava, si discuteva. Oggi sto rivalutando perfino il bar come luogo d’incontro. E’ importante comunicare e non lo si fa più. E se non hai altro da dire, va bene anche parlare di calcio, purchè si parli.”

– Da pittore, da grafico, se dovesse rappresentarsi con un segno?

“Disegnerei una spirale”