Il quartetto Belcea in equilibrio tra esattezza ed emozione

A due anni di distanza si è ripresentato sul palcoscenico del Teatro Carlo Felice, ieri sera, il Quartetto Belcea, ospite abituale e assai gradito delle stagioni concertistiche della GOG. Il programma, strutturato “ad arco”, era centrato su due brani di autori del Novecento (due “novecenti” ben distanti tra loro, come si vedrà) che incastonavano uno dei più celebri quartetti mozartiani.

La partenza, con i Cinque pezzi di Anton Webern, sarebbe potuta risultare disorientante – almeno sulla carta – a causa di un linguaggio innovativo e di non facile accessibilità, ma la sapienza interpretativa dei quattro artisti ha restituito a questi brani una coerenza che si è potuta cogliere anche a un primo ascolto. La drammaticità del gesto iniziale, affidato all’eccellente violoncello, ha spalancato la porta a tutti i frammenti narrativi, dalla valenza espressiva inversamente proporzionale alla loro durata. L’apparente episodicità di questi brandelli melodici si è tradotta – di volta in volta – in momenti di autentica rabbia percussiva contrapposti a sonorità esangui, ai limiti dell’udibilità: in più di un momento si è infatti compreso come il confine tra suono e silenzio potesse diventare puramente virtuale, affidando all’occhio la percezione di ciò che l’orecchio può solo immaginare. Ciò che rimaneva nell’aria, diffondendosi verso il pubblico, era il movimento di archetti e braccia che alludeva a un suono, o lo evocava. E qui, sulla chiusa di questa composizione, a tratti elusiva ma tutt’altro che aleatoria, è scaturito il colpo di teatro messo in atto dal Quartetto Belcea: l’estinguersi sonoro dell’ultimo dei cinque movimenti weberniani è confluito, senza soluzione di continuità, nel continuum con cui il violoncello – ancora lui! – apre il Quartetto mozartiano, detto “delle dissonanze”. Dissonanze che, opportunamente proposte senza eccessive sottolineature, scaturivano dallo spegnersi del pensiero weberniano.

L’autoreferenzialità della musica mozartiana lascerebbe, sulla carta, poco spazio per elencare i meriti interpretativi, che non sono affatto mancati. Brevemente desidero ricordare, nell’Andante cantabile, gli ostinati del violoncello dalla sonorità vellutata ma sempre presente, anche nell’incorporeità della chiusa. E ancora, l’eleganza del Minuetto e la leggerezza, davvero apollinea, dell’Allegro conclusivo.

Chiudiamo con Britten, autore eclettico dal linguaggio, possiamo dirlo, tradizionale. I tre movimenti del secondo Quartetto, tanto diversi tra loro per durata e “peso specifico”, hanno trovato nel Belcea un interprete ideale, per la capacità di conferire a ciascuno di essi la giusta temperatura emotiva nel rispetto del segno scritto. Esemplare è apparsa l’armoniosa maestosità dell’attacco con cui la creatura prende vita; in altri momenti la ritmicità non esclude il gusto per la melodia e gli sporadici scarti caratteriali traspaiono senza essere per questo enfatizzati. Il breve movimento centrale, indiavolato e guizzante, prepara il terreno per la monumentale pagina conclusiva, nella quale Britten, democraticamente, concede a tutti i quattro componenti larghi spazi di gloria: non mancano, infatti, corposi episodi di alto virtuosismo che disegnano, su un tessuto connettivo sempre coerente, ardite sequenze solistiche. E per chiudere, dopo aver concesso gloria – più che meritata – a ciascuno strumento, ecco l’enorme accumulo di tensione che sfocia nel solenne Do maggiore conclusivo, reso ancor più spettacolare dalla perfezione – anche gestuale – delle ultime strappate accordali. Davvero, non credo sia facile presentare quest’opera britteniana meglio di come ha fatto questa sera il Quartetto Belcea. Che infatti ha ricevuto dal pubblico, ragionevolmente folto nonostante un programma, sulla carta, poco familiare, un’accoglienza assai calorosa, con due fuori programma “che più diversi non si può”: un brano di Mendelssohn dall’andatura indiavolata e, come ideale contrasto, una meditativa composizione di Thomas Ades.. Serata da ricordare a lungo.