Padre e figlia si incontrano come due schegge di vita impazzita, alla deriva di un’aurora boreale evocata per illuminare la stanza di un uomo che ha visto troppe domeniche senza luce.
“Il donatore” , scritto e diretto da Laura Sicignano con scene di Francesca Marsella e luci di Alice Mollica, prodotto dalla Fondazione Luzzati-Teatro della Tosse, in prima nazionale alla Sala Campana, trova una strada nuova per esplorare un tema difficile. Cinema e drammaturgia fino ad oggi lo hanno affrontato poco , tra molte incertezze ideologiche e sopratutto stilistiche, con puntuale irrisolta sospensione tra commedia e tragedia , a seconda che i personaggi ruotino intorno alle banche del seme del Nord Europa e a leggi che consentono ai figli nati da queste procreazioni di rintacciare, se lo vogliono, il proprio genitore biologico o ad altri contesti.
Tra quelli che invece hanno lasciato un segno c’ è un precedente che va in un’altra direzione: “Tu dentro di me”: partendo da una condizione di assoluta riservatezza e mistero e da un diverso coivolgimento (non un donatore ma una donna che si offre per una gestazione) Emilia Costantini si era addentrata in dramma attraversato da pulsioni edipiche , tra madre e figlio sconosciuti uno all’altro e e vittime di un’attrazione devastata dal sospetto.
Per “Il donatore“, Laura Sicignano sceglie invece l’originalità assoluta un incontro voluto con caparbia chiarezza e racconta una difficile conquista spalancando con simbolismi ben calibrati i confini di una vicenda che sembrerebbe circoscritta. A molti anni di distanza dalla donazione, una ragazza irrompe come una furia in casa dell’uomo che ha rintracciato come suo padre biologico: sta per diventare mamma e, per dare un senso al suo futuro , vuole conoscere le proprie origini, rintracciare se stessa nell’individuo che non ha mai condiviso un istante di vita le sue due madri che l’hanno allevata.

Cercando un contatto che spiazza entrambi e mette a nudo scelte coraggiose e difficili ma accenna anche alla possibilità di bugie, di controlli non sempre rigorosi e travisamenti non immuni da conseguenze, riesce a completare il senso del suo essere figlia così come lui a diventare , a suo modo, padre..
Lo scavo psicologico è profondo ma condotto con mano leggera sintonizzata con una regia sempre attenata a spettacolarizzare i contenuti senza banalizzarli. : vedi lo scontro- confronto generazionale tra i due estranei giocato su un topos comune a molte famiglie collaudate, sull’onda di diverse epoche di rock su vinile a sonorità di ultima generazione .
Musica dopo musica, passo dopo passo, battuta dopo battuta, la storia del donatore di sperma e di una figlia di cui aveva sempre ignorato l’esistenza , diventa un discorso a tutto tondo sulla genitorialità.
Certamente non può e non vuole sostituirsi all’infinito dibattito etico e genetico sulle nuove famiglie ma , come fa sempre il buon teatro, coinvolge il pubblico con altre domande, ineludibili.
In scena, Roberto Serpi risponde all’irruenza giovane e travolgente di Federica Carruba con la sapienza di chiaroscuri , di contrappunti , di pensieri espressi senza parole ma capaci di sottintendere consapevolezza dolente e speranze.
