“Cosa” e non “come”, perché sul modo non ci sono poi tante sorprese: i due artisti – Andrea Lucchesini e Marco Rizzi (ieri sera ospiti della GOG) – sono interpreti coi fiocchi e già lo sapevamo. È il programma a essere curioso, perché leggendo, di primo acchito, gli autori proposti, si stenta un po’ a trovare il collegamento. Ma è solo un attimo, poi ci si arriva. Qual è il fil rouge che lega Scarlatti, Respighi, Bartók e Ravel? Qui sembra di essere a uno di quei quizzoni televisivi in cui devi scoprire il termine in comune a tutte le parole presentate. E allora diremmo, forse, innovazione; potrebbe starci. Tutti questi autori, a modo loro, portano aria di nuovo, anche se, allo stesso tempo, buttano un occhio al passato, che osservano e “utilizzano” a proprio piacimento. Non un vero e proprio stacco (anzi!), ma un passo oltre, una sorta di parafrasi utilizzando “parole” nuove. Scarlatti introduce nelle sue sonate barocche un linguaggio originale, colorito e virtuosistico; Respighi, ma questo è noto, è un neoclassico, recupera, rielabora e compone con stili diversi e spesso contrastanti. Poi c’è Bartók, che anche dai modelli barocchi ha tratto ispirazione e più di un insegnamento; dulcis in fundo, Ravel, il prestigiatore, che abilmente mescola tradizione e grande modernità, con i suoi tipici stacchi jazzistici e le commistioni culturali, ma anche con i richiami a moduli antichi.
Potremmo aver azzeccato quindi la parola misteriosa.
A questo punto torniamo al nostro incipit e ai nostri protagonisti sul palco della Gog, che confermano, con la scelta della scaletta, una grande versatilità, intelligenza musicale, apertura alle diverse suggestioni, non così comuni o popolari, e nessuna difficoltà nel proporle al pubblico; e infatti, alla fine della serata, tutti sono felici e contenti, hanno nelle orecchie qualche cosa di “nuovo” e nella testa uno stimolo alla riflessione.
Veniamo quindi all’esecuzione, che ha alternato pezzi solistici a pezzi in duo, assicurando, anche qui, un discorso musicale variegato e accattivante. Scarlatti ben dispone e noi ascoltiamo cinque sonate, ognuna con una sua personalità, puntualmente restituita da Lucchesini, di cui sempre ammiriamo l’indugio, il pensiero, la sospensione e i respiri; quasi che ogni volta dovesse scoprire qualcosa di inedito. Il tocco, l’agilità, l’attenzione ai colori e alle sfumature dinamiche lo portano ad affrontare con piglio deciso i passaggi veloci e con straordinaria profondità i momenti intimisti, quelli che più abbiamo apprezzato. Quanto a profondità interpretativa, nulla da obiettare nemmeno a Marco Rizzi, che affronta la ciaccona di Bartók – apertura della Sonata per violino solo Sz 117 – con la severità e diremmo la solennità del caso, incedendo rigoroso ma non senza una marcata introspezione, sfoggiando una tecnica solidissima della mano sinistra unita a un’ottima ed efficace gestione dell’arco. Le caratteristiche peculiari dei due artisti si incontrano e si amalgamano nei pezzi a due, la Sonata P110 di Respighi, che sfoggia umori differenti puntualmente condivisi e trasmessi alla platea, e la celeberrima Sonata M77 di Ravel, in cui nasce e si sviluppa un dialogo fruttuoso, uno scambio di temi e di sonorità, un botta e risposta lucido e ben bilanciato, senza prevaricazioni; e se si tratta di Ravel, questo è sicuro, c’è anche da divertirsi, date le arguzie compositive, i giochi ritmici, le suggestioni dalle più varie e differenti culture.
Come da copione, la serata è suggellata dai bis, non troppi, misurati, interessanti come tutto il concerto, che esce un po’ dagli schemi soliti e prevedibili: la Romanza del nostro Respighi, una rapsodia su tema paganiniano di Rachmaninov/Kreisler, tanto per concludere con energia e virtuosismo il bel lunedì al Carlo Felice.
Ci piace citare le parole di Massimo Mila, riferite a Bartók, riportate in calce al programma di sala: “L’ultimo musicista che sapesse fondare un discorso diretto, in prima persona, senza il ripiego in corner della parodia, senza far musica al quadrato, senza ammicchi d’intesa ad ascoltatori provveduti e senza ricorrere a un linguaggio comprensibile solo a pochi iniziati”. Quasi quasi io estenderei questo pensiero alla natura della serata: genuina, profonda, stimolante ma accessibile a tutti, nella sua “trasparente” complessità e immediatezza comunicativa. Ce ne fossero.
