Pubblico delle grandi occasioni il 12 gennaio al Carlo Felice per Julianna Avdeeva che, a poco più di due anni di distanza, è tornata nella nostra città per la stagione 2025-26 della GOG. Il programma ha ricalcato lo schema del 2023: un autore russo (in questo caso Shostakovich, la volta precedente Prokofiev) affiancato da Chopin, nel cui nome – grazie alla vittoria dell’omonimo concorso nel 2010 – la Avdeeva ha raggiunto una notorietà su scala mondiale.
I 24 Preludi e Fuga di Shostakovich rappresentano, assieme al Ludus Tonalis di Hindemith, la risposta novecentesca al bachiano Clavicembalo ben temperato e, sotto un altro aspetto, una rivisitazione – in spazi più concentrati – della raccolta chopiniana, con un’importante differenza: questi brani ebbero genesi rapidissima – non più di quattro mesi complessivi – e ispirazione necessariamente unitaria, mentre i 24 Preludi di Chopin si collocano in momenti diversi e distanti della vita del compositore polacco, stemperandosi su un arco creativo molto più ampio. Ebbene, in entrambi i casi l’interpretazione della pianista russa ha saputo restituire, volta per volta, il carattere cangiante delle miniature chopiniane e quello, più strutturato e coeso, dei lavori di Shostakovich.
Questo grazie a scelte timbriche e dinamiche (in aggiunta a capacità tecniche di prim’ordine) messe costantemente al servizio della diversa temperatura emotiva dei brani eseguiti.
La serata si è aperta con otto Preludi e fuga, un terzo dell’intera raccolta: selezione più che sufficiente per delinearne le caratteristiche. La lettura di Avdeeva, lucida ma mai asettica, ha messo in risalto la prodigiosa creatività dell’autore, capace di conferire a ciascun brano una propria, ben definita densità costruttiva. Nell’ambito di un’interpretazione davvero magistrale desidero ricordare alcuni momenti topici, sapendo di trascurarne almeno altrettanti: le sonorità a volte impalpabili del n. 1, la fluidità assoluta dei nn. 2 e 21, il clima angosciato del n. 14 con l’evocazione sonora di timpani e campane e, per concludere, la fuga assai scherzosa del n. 21 (ancora lui…), in contrasto con la solenne grandiosità dell’ultimo dittico del ciclo. C’è da aggiungere che la scelta dei brani è stata accuratamente calibrata per non smarrire la valenza complessiva dell’intero ciclo.
La coerenza strutturale, e in alcuni casi monumentale, dei brani di Shostakovic ha trovato riscontro – e complemento – nella apparente episodicità dei Preludi chopiniani. Anche qui Avdeeva, a prova di una ammirevole versatilità, ha centrato il bersaglio regalando a ciascuno dei brani (dai più brevi, quasi aforistici, a quelli più articolati) una godibilità almeno pari all’esattezza espositiva. Non è facile trovare momenti che, più di altri, emergano nell’ambito di un’interpretazione di tutto rilievo. Già all’avvio, con il brevissimo preludio n. 1, si ha l’impressione di essere subito entrati in medias res e lo stesso accade col n. 5; la melodia violoncellistica del n. 7 fa il paio con il coro maschile evocato nel n. 9; la tempesta del n. 8 si alleggerisce magicamente con i fuochi fatui del n. 10. Ma non è davvero possibile descrivere con le parole l’emozione provata durante i 35 minuti di questa raccolta chopiniana. Rimane il ricordo di un’interpretazione di bruciante esattezza, assieme all’ammirazione per un’artista che, dopo un tour de force di questa rilevanza, ha trovato il garbo, e le forze, per offrire al pubblico entusiasta una Mazurca e un Walzer chopiniani con quella freschezza (atletica e mentale) che solo i grandi artisti sanno mantenere fino all’ultima nota.
