Un aperitivo con le celestiali lunghezze di Schubert

I concerti delle principali stagioni musicali sono in genere programmati nel pomeriggio o la sera, con una differenza di pubblico abbastanza netta sulla base dell’orario scelto: pensionati nella fascia 16-18, lavoratori o studenti in quella serale.

I concerti la mattina tendono a mescolare le precedenti platee e costituiscono una rarità. La memoria corre alla fine degli anni Settanta del secolo scorso quando Nevio Zanardi con i suoi Cameristi inventò i concerti della domenica mattina all’Oratorio di San Filippo. Alle 11, dopo una breve introduzione di un critico, il pubblico poteva ascoltare un programma di un’oretta e poi se ne andava soddisfatto a comprare le paste per il pranzo festivo.

Questa soluzione è stata in questi anni ripresa dal Teatro Sociale di Camogli con una variante significativa: niente paste, ma un aperitivo compreso nel biglietto.

L’appuntamento è nel foyer del teatro alle 12. Si gusta un po’ di focaccia (di vari tipi), si sorseggia un calice di vino e poi alle 12,30 si sale nel ridotto o si accede nella sala principale per un breve concerto: quaranta, cinquanta minuti di musica, classica, jazz o cantautorale. La formula funziona, al punto che a partire da febbraio sarà replicata anche all’Auditorium delle Clarisse a Rapallo la cui programmazione fino a giugno è stata affidata allo stesso direttore artistico del Sociale, Giuseppe Acquaviva.

Questa mattina, dunque, aperitivo con la musica di Schubert affidata al duo Francesca Giordanino (violino) e Marco De Masi (violoncello), ospiti fissi dei concerti di Camogli, per l’occasione affiancati da  Elena Aiello (violino), Riccardo Memore (viola) e Simone Gaetano Ceppetelli (violoncello).

Il programma, infatti, prevedeva lo splendido Quintetto in do maggiore D 956 per due violini, viola e due violoncelli di Franz Schubert. Una pagina della tarda maturità del compositore (il termine “tarda maturità”, in realtà, suona stonato per un musicista morto a 31 anni!) la cui prima esecuzione, postuma, risale al 1850.

Il Quintetto D 956 è un capolavoro, alquanto complesso sul piano della costruzione architettonica e sotto il profilo interpretativo. La scelta di utilizzare una sola viola e due violoncelli (Mozart preferiva due viole e un violoncello) crea un rapporto fonico e timbrico particolare con la viola chiamata a fare da “arbitro” fra due sezioni differenti e spesso contrastanti. Schubert spande a piene mani la sua consueta ispirazione melodica ma lo fa in una ricerca armonica particolare che offre anche momenti di drammatica dissonanza. Spicca l’Adagio, costruito in forma tripartita con un tema di nobile e semplice eleganza affidato al primo violino, il cui fluire iterato è interrotto da una seconda sezione fortemente contrastante sul piano emotivo. Di pari bellezza anche l’Allegretto conclusivo che sembra richiamare temi popolari in un clima rasserenato.

L’esecuzione dei cinque strumentisti è risultata davvero lodevole: fluida discorsività, affiatamento perfetto e ricca tavolozza di colori e di dinamiche al servizio di una partitura certamente ostica per la sua “celestiale lunghezza” (secondo una terminologia usata per altre pagine schubertiane da Schumann, ma calzante anche in questo caso) e per una scrittura davvero impegnativa.