“Tu non sarai mai re”. Nel “ Riccardo III” prodotto da CTB Brescia, Biondo di Palermo, Teatro di Roma, Nazionale di Genova, dove è in scena fino al 1° Febbraio, questa frase implacabile si aggiunge a quelle già indelebili presenti nel corredo Shakespeariano dello spettatore. Tra “L’inverno del nostro scontento” e “Il mio regno per un cavallo” che aprono e chiudono la tragedia, questa inesorabile sentenza della madre ripetuta al futuro tiranno ne guida la spietatezza e la ricerca del potere perseguita come rivalsa delitto dopo delitto, più di qualsiasi intervento infernale.
Ci si può chiedere quanto questa attenzione all’infanzia del protagonista, in qualche modo nuova e diversa in una storia di orrori dove i bambini sono evocati soltanto come vittime delle nefandezze dinastiche, sullo sfondo della Torre di Londra, sia frutto di una sensibilità femminile, di una sintonia tra Maria Paiato nelle vesti del protagonista e di Angela Dematté che ha curato adattamento e riduzione. Comunque sia andata, un’immaginabile “sensibilità femminile” non va fraintesa: non toglie nulla , infatti, alla completezza del personaggio che da quel momento guarda il mondo come fosse la sua giostrina . Semmai ne scava una componente nascosta.
Il “Riccardo III”, con la complessità di un intreccio costruito sull’eredità politica della Guerra delle due Rose, la vittoria e la poi la sconfitta degli York e le nuove fortune dei Lancaster, vicini ai Tudor che regnano all’epoca della prima rappresentazione, è un tipico esempio di damnatio memoriae.
Rimane però anche un’immortale discorso sulle distorsioni dell’ambizione e del potere, sulla psiche di un gran burattinaio del male che ha sempre esercitato irresistibile fascino. Per cinque secoli i più grandi attori di cinema di teatro hanno diversamente sottolineato la sua deformità fisica e il rapporto che ne deriva sui comportamenti.
Con Maria Paiato si entra invece, soprattutto, nel cuore tenebroso di una solitudine invincibile, peggiore di qualsiasi handicap.
Nello spettacolo la presenza di un’attrice tanto sensibile, vibrante e iconica non oscura la forza degli altri interpreti. Riccardo Bocci, Tommaso Cardarelli, Francesca Ciocchetti, Ludovica D’Auria, Giovanna Di Rauso, Giovanni Franzoni, Igor Hovart, Emiliano Masola, Cristiano Moioli, Lorenzo Vio, Carlotta Viscovo. La regia di Andrea Chiodi, le musiche di Daniele D’Angelo, le luci di Cesare Angoni ne mettono in risalto il talento e l’impegno.
Shakespeare ne prevede una quarantina di personaggi, senza contare maghi, streghe e tanti fantasmi che accompagnano Riccardo dopo i suoi delitti e alla vigilia della sconfitta nella battaglia di Bosworth .
In questa versione l’affollamento originale è sfoltito ma pur sempre notevole, soprattutto nell’ottica delle produzioni contemporanee. Soltanto le coproduzioni, come in questo in caso, possono permetterselo. E’ un bene che consentano di mantenere anche negli spettacoli dal vivo lo sviluppo di una grande articolazione scenica. A fronte di questo, l’ambientazione di Guido Buganza, un grande tavolo ovoidale dominante, dalla platea rischia di essere visto più come una limitazione che come un’opportunità di movimento.
