Carlo Felice alla ricerca di sponsor

Nel 2010 il Carlo Felice rischiò di affondare nei debiti e “Repubblica” organizzò con la collaborazione di Riccardo Garrone, allora membro del consiglio d’amministrazione del Teatro, una tavola rotonda per discutere della crisi non solo della nostra Fondazione lirica, ma in generale della difficoltà di tutto il settore.

Partecipai a quell’incontro e scambiai qualche impressione con l’allora sovrintendente del Regio di Torino, Walter Vergnano che fece un’osservazione assolutamente condivisibile: troppo piccolo il Regio per il bacino d’utenza torinese, troppo grande il Carlo Felice per l’ambito territoriale in cui opera.

Il sovradimensionamento del Carlo Felice, del resto, era stato oggetto di critiche sin dal celebre dibattito tenuto al Margherita nel maggio del 1984. Di fronte due illustri esponenti del mondo dell’architettura, Paolo Portoghesi, difensore del progetto vincente di Rossi, Gardella e Reinhardt, Bruno Zevi fiero avversario. Moderatore Carlo Giulio Argan. In quell’occasione Edoardo Benvenuto, preside di architettura, definì il Carlo felice una Ferrari per la quale non ci sarebbe mai stata sufficiente benzina per farla funzionare.

La questione del Teatro costoso e sovradimensionato, dunque, è fatto noto da oltre quarant’anni e sin dalla inaugurazione il Carlo Felice ha dovuto fare i conti con la mancanza di fondi con periodici rischi di sprofondamento.

Quest’anno purtroppo la storia si ripete e ieri per la prima volta è stato convocato un incontro pubblico per chiarire la situazione finanziaria e chiedere aiuto: mancano un milione e centomila euro da reperire entro il 31 dicembre per mettere i conti in sicurezza ed evitare il declassamento del Teatro.

Il vecchio Carlo Felice del Barabino

 

“Felice, aperto, sostenibile”, questo il titolo dell’incontro, aveva dunque l’obbiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica, una vera e propria “chiamata alle armi”, per coinvolgere imprese e privati utilizzando l’arma dell’Art Bonus che consente a chi dona di ottenere sensibili sgravi fiscali.

A condurre l’incontro Andrea Compagnucci che da mesi si sta appunto occupando della promozione del Teatro sul piano economico e dell’immagine: operazione che ha portato alla nascita dei cosiddetti “Guardiani del faro”, una ricerca sponsor presso le aziende private. Con il sovrintendente Michele Galli hanno partecipato Barbara Grosso (Fondazione Secolo XIX), il vicesindaco Alessandro Terrile e poi i rappresentanti di alcune categorie professionali, quali l’avvocato Daniela Anselmi, il commercialista Stefano Lunardi, l’ingegnere Roberto Orvieto, e l’architetto Francesca Salvarani.

Da tempo i conti del Carlo Felice non tornavano e l’attuale vertice, insediatosi circa un anno fa, ha voluto fare chiarezza.

“Quando sono arrivato – ha raccontato Galli – il bilancio di previsione del 2025 dava un saldo positivo di 198.000 euro; in realtà in luglio si registrava un passivo di 1,3 milioni poi salito a 2 milioni”.

Da lì la necessità di un’analisi completa della situazione finanziaria del teatro che paga alcuni problemi strutturali, come evidenziato dagli interventi dei vari professionisti. Ad esempio sul piano dei consumi: il Teatro Massimo di Palermo spende all’anno 480.000 euro fra luce, gas e acqua, il Carlo Felice circa un milione. Altro esempio, le visite guidate: il Massimo di Palermo incassa all’anno 2 milioni per le visite alla sua struttura, il Carlo Felice nel primo semestre di quest’anno ha raccolto 16.000 euro.

Il problema a monte, come ha sottolineato l’avvocato Anselmi, è che le Fondazioni sono un ibrido, ovvero hanno una natura privata ma si basano su finanziamenti pubblici perché nessuna delle 14  Fondazioni potrebbe vivere senza il sostegno dello Stato e degli Enti locali. A parte la Scala (40 milioni di euro da sponsor privati) e l’Arena (grazie alla biglietteria), le altre dodici Fondazioni si attestano su circa il 15 o 20% di risorse private. Sia chiaro, i teatri d’opera hanno sempre avuto bisogno di finanziamenti dalla protezione dei nobili, alle dotazioni dei palchettisti, a quelle dello Stato e degli Enti locali. Ci sono stati anche casi di autogestione felice, ma gli introiti non arrivavano solo dalle rappresentazioni liriche: il grande impresario Barbaja (inventore della barbajada, una squisita bevanda a base di caffè, cioccolato e panna) alla Scala faceva ingenti guadagni grazie al Casinò collocato nei foyer.

Non potendo emulare Barbaja, l’attuale vertice sta cercando di ridurre le spese. L’ingegnere Orvieto, ad esempio, ha parlato del contenimento delle spese relative ai consumi elettrici e dell’acqua attraverso la conversione a nuove tecnologie rispetto a quelle installate all’epoca della costruzione. L’architetto Salvarani ha suggerito una maggiore esposizione del Teatro verso l’esterno con l’apertura di spazi nella piazza coperta e l’accoglimento di scuole di danza o di musica nel Torrione. Va detto che accanto alla biglietteria c’è effettivamente una grande porta chiusa, al di là della quale c’è un locale che nei propositi iniziali avrebbe dovuto ospitare una sorta di Museo del Teatro. E ricordo che, proprio in quest’ottica, diversi anni fa il Conservatorio aveva collaborato con il Teatro alla archiviazione e digitalizzazione di locandine e programmi del passato proprio per consetire poi una consultazione pubblica. E molti anni fa avevo curato da parte degli eredi dell’indimenticato critico musicale Carlo Marcello Rietmann la donazione della raccolta dei suoi articoli al Teatro. Ma il progetto del Museo non è mai decollato.

Il sovrintendente Galli ha anche aggiunto di aver incrementato i noleggi a terzi: nel 2025 avevano fruttato 500.000 euro, al primo semestre del 2026 siamo già a 780.000 euro. “Chiamata alle armi”, dunque, per aziende e privati. Galli ha menzionato il presidente della nostra Associazione, Giuseppe Isoleri, come primo privato che ha aderito alla richiesta. Un gesto importante per chi crede nella funzione di un Teatro che, va sempre ricordato, non fornisce un prodotto monetizzabile ma un bene immateriale fondamentale per la crescita culturale di un territorio e nello stesso tempo crea comunque non solo occupazione, ma un indotto importante sul piano economico coinvolgendo numerose e diversificate professionalità del territorio.