“Il mio tempo verrà”. La frase attribuita a Mahler da alcuni suoi biografi, esprime con efficacia il senso di inattualità che lo stesso musicista doveva provare in quanto compositore (non certo come direttore, applauditissimo) nella sua epoca.
In realtà forse nessun compositore ha saputo meglio di lui interpretare la crisi della società del tempo, alla vigilia della prima guerra mondiale. Un mondo in disfacimento che le sue Sinfonie (“Ballate della catastrofe” secondo una felice definizione del filosofo Adorno) ben rappresentavano.
E a attestare la modernità dell’artista pensò Schoenberg che nel 1911, proprio nell’anno della morte di Mahler, gli dedicava il suo innovativo “Trattato di armonia” indicandolo come il padre della musica moderna.
In effetti le sue gigantesche partiture propongono una nuova visione della sinfonia non rinnegando il passato (Brahms prima di tutto) ma utilizzando gli strumenti “classici” in maniera innovativa e originale.
La Sesta ascoltata questa sera al Carlo Felice in una splendida esecuzione diretta da Donato Renzetti, ne è una dimostrazione evidente. L’organico è enorme, la struttura in quattro movimenti ha una scansione “teatrale” e ampiamente spettacolare nella massa sonora prodotta, con fortissimi davvero imponenti. Ma Mahler sorprende con improvvise oasi cameristiche nelle quali suonano pochi strumenti o addirittura uno solo. E sorprende per la ricerca di colori inediti ricorrendo a strumenti inusuali come i campanacci o il martello che interviene pesantemente nel finale. I tempi si trasformano poi in grandiosi contenitori nei quali s’immettono spunti popolari e trovano eco utopie filosofiche. In un apparente disordine si collocano frasi colte, marcette e musiche volgari, recuperi popolareschi, indugi sognanti e malinconici, affermazioni ironiche e sferzanti.
Un insieme difficile da governare e restituire, soprattutto se i giorni di prova sono contati.
Renzetti ha regalato una eccellente lettura, lavorando sapientemente sui continui cambi di registro, sulla ritmica incalzante, sugli improvvisi pieni orchestrali, assicurando compattezza e omogeneità alla lettura.
Va detto che l’orchestra lo ha assecondato con rigore ed entusiasmo, sia per quanto riguarda i numerosi interventi solistici delle prime parti, sia per quanto concerne l’insieme.
Finale con applausi interminabili e una piccola festa sul palcoscenico per quattro professori al loro ultimo impegno in orchestra prima della pensione: i violinisti Andrea Franzetti e Marino Lagomarsino, la viola Marco Diatto e Riccardo Agosti che dal 1985 ha ricoperto il ruolo di primo violoncello, testimone, dunque, con gli altri, di oltre quarant’anni di storia del nostro Teatro.
