È stato Dario Bonucelli a concludere ieri sera, nella suggestiva cornice di Palazzo Ducale, il ciclo di concerti Notturni en plein air organizzato dalla Giovine Orchestra Genovese.
Un programma particolarmente impegnativo, affrontato dal pianista ligure in una serata resa ancora più difficile dalle temperature elevate di questa estate. Bonucelli ha costruito il recital alternando pagine di grande repertorio a momenti di più marcato virtuosismo, seguendo il filo conduttore della rassegna e mettendo in relazione la dimensione notturna con quella della danza.
L’apertura è stata affidata a due Mazurche e al Notturno op. 62 n. 1 di Chopin. Nelle prime Bonucelli ha privilegiato un fraseggio leggero e una gestualità elegante, mentre nel Notturno ha lasciato emergere una dimensione più intima e contemplativa, attraverso un uso particolarmente ricercato del colore e delle sfumature dinamiche.
Dal romanticismo di Chopin si è passati quindi a Schumann attraverso la trascrizione di Liszt di Frühlingsnacht. Una pagina che concentra nella scrittura pianistica le difficoltà e l’esuberanza virtuosistica tipiche del compositore ungherese, affrontate da Bonucelli con grande sicurezza e senza mai sacrificare la leggibilità del discorso musicale.
La prima parte si è conclusa con la Danse macabre di Saint-Saëns nella versione di Liszt. Qui il pianista ha mostrato una particolare incisività ritmica, sostenendo con notevole energia il carattere demoniaco e teatrale della pagina e affrontandone le difficoltà tecniche con evidente naturalezza.

Ad aprire la seconda parte del concerto è stata la Suite bergamasque di Debussy. Costituita da quattro movimenti, emerge il Clair de lune di cui Bonucelli ha valorizzato la delicatezza attraverso un controllo molto accurato del suono e delle dinamiche, creando un’atmosfera rarefatta e impalpabile.
Particolarmente interessante è stata poi la proposta di Danza notturna, composizione dello stesso Bonucelli presentata in prima esecuzione assoluta. La pagina, che guarda in particolare al mondo sonoro di Bartók, sfrutta anche la cordiera del pianoforte, mettendola in relazione con la tastiera. Il risultato è un’esplorazione delle possibilità timbriche dello strumento che alterna sonorità percussive e risonanze più sottili, suggerendo un immaginario notturno nel quale si riconoscono anche echi di musica popolare.
A chiudere il programma sono state le tre Danze argentine di Ginastera, affrontate con grande energia e precisione ritmica. Una conclusione ideale per un recital costruito proprio sul continuo alternarsi di notturno e danza, due dimensioni apparentemente lontane ma accomunate, nel corso della serata, dalla ricerca sul colore, sul ritmo e sulle possibilità espressive del pianoforte.
Grande entusiasmo finale da parte del pubblico gremito in sala che ha ricevuto in cambio due bis: un Notturno di Fauré e uno di Skrjabin, quest’ultimo scritto per la sola mano sinistra.
Una conclusione più raccolta e intimista che ha riportato il concerto, dopo il virtuosismo e l’energia delle ultime pagine, alla dimensione contemplativa del notturno.
