Il nostro collega Marco Pescetto ha dedicato parte delle sue vacanze alla musica, in particolare seguendo due importanti manifestazioni che tutte le estati richiamano un grande pubblico. Ecco la sua testimonianza.
Dobbiaco, le settimane musicali

Tra i concerti ascoltati a Dobbiaco in questa incandescente estate 2026 presso la Gustav Mahler Saal, sicuramente il primo (17 luglio, Sala Gustav Mahler) ha trasmesso una grande emozione. La Beethoven Orchester Bonn diretta da Dirk Kaftan con Jonian Ilias Kadesha violino ha presentato del viennese Erich Wolfgang Korngold “The Sea Hawk Ouverture” e il Concerto per violino e orchestra in Re maggiore op.35 nella prima parte, nella seconda la leggendaria Sinfonia n.1 in Re maggiore di Gustav Mahler “ Il Titano”.
A dispetto del XX secolo in cui è vissuto, la musica dell’artista austriaco – statunitense risente di uno stile retrò, tardo romantico, ottocentesco che non manca di attrarre un pubblico amante della classicità. La partitura del primo brano, nello stile di Richard Strauss e Liszt mostra una notevole eleganza orchestrale che accarezza le orecchie degli ascoltatori.
Il concerto per violino e orchestra eseguito la prima volta il 15 gennaio 1947 da Jascha Heifetz a Saint Louis negli Stati Uniti con la St. Louis Symphony Orchestra diretta da Vladimir Golschmann dove ebbe uno strepitoso successo che venne replicato il mese successivo alla Carnegie Hall di New York con la New Philarmonic Orchestra diretta da Efrem Kurz suffragato da una vera e propria ovazione del pubblico. Korngold dedicò detta partitura a un cara amica dell’esilio americano: Alma Mahler- Werfel , vedova di Gustav Mahler.
Nonostante il concerto sia caratterizzato dalla grande difficoltà esecutiva, seduce il pubblico per la sua toccante cantabilità. Il musicista trova ispirazione dalle proprie colonne sonore e da melodie nate per il cinema creando un vero e proprio affresco sonoro..
Il talentuoso violinista ateniese di origini albanesi e greche ha 34 anni e una formazione in Filosofia e Retorica che influenza la precisione stilistica delle sue interpretazioni, dopo aver studiato con Salvatore Accardo e suonato assieme a importanti compagini orchestrali europee. La sua interpretazione intensa e caratterizzata da difficoltà tecniche elevate è stata accolta da una vera e propria ovazione del pubblico.
L’ inizio della Sinfonia in Re maggiore n.1 di Mahler si concentra in un La, sostenuto per diversi secondi dai violini primi come un suono sospeso fino all’intervento di un clarinetto che ne amplia l’atmosfera di mistero.
Questo arcano e complesso modo di procedere dell’autore può essere specchio della tormentata sua vita attraversata dal decesso di sette fratelli prima del compimento dei due anni di vita: Isidor, l’unico nato prima di lui, Karl, Rudolf, Arnold, Friedrich, Alfred e Konrad. E uno, il caro Ernst, morto all’età di tredici anni per problemi cardiaci. Dopo la morte dei genitori, il fratello Otto, dopo essere divenuto anch’egli musicista, preso da una grave depressione si toglie la vita, sparandosi in testa con un revolver all’età di 21 anni.
Delle sei sorelle, di cui tre nate e morte nei primi due anni di vita, sopravvivono in età adulta solo tre : Leopoldina morta poco dopo i vent’anni, Justine, vissuta accanto a Gustav fino al matrimonio col violinista Rosè, ed Emma morta sui 58 anni.
La composizione della prima sinfonia avviene a Lipsia nel 1888 e si conclude in poche settimane. Viene eseguita la prima volta a Budapest sotto la direzione dello stesso autore il 20 novembre 1889 con una accoglienza sfavorevole. Il pubblico, impreparato a un linguaggio così misterioso e cupo , non era riuscito a comprenderne la grandezza.
Il tema principale del primo movimento riguarda un Lied dove un giovane viandante contempla una natura luminosa e ricca di promesse che però si trasforma in un senso di profonda inquietudine. Dopo una forte espansione orchestrale, tutto ciò muta in una corsa travolgente che si risolve nel nulla.
Il secondo movimento si apre con l’energia della giovinezza mediante una danza di carattere popolare cui si contrappone una danza più elegante in stile di valzer.
Il terzo movimento, per contro, introduce una musica cupa e tragica come quella di una marcia funebre in Re minore. Nonostante alcuni studiosi riportino come motivo ispirativo di questo movimento la Marcia funebre tratta dall’ultima opera di Donizetti “Don Sebastian roi du Portugal”, sembra che non ci siano prove inconfutabili di questa teoria. L’ispirazione dovrebbe invero derivare dalla celebre e popolare aria “Del funerale del cacciatore” in cui gli animali accompagnerebbero al sepolcro il loro persecutore.
Il Finale che giunge improvviso come un vero e proprio “urlo orchestrale” ingaggiato dal fronteggiarsi di ottoni ed archi lascia spazio gradualmente all’affievolirsi del fragore per continuarsi con un “pianissimo” che fa riaffiorare i suoni tiepidi della natura comparsi all’inizio della sinfonia che muovono verso una conquista interiore e il tutto è diretto a una complessa via di fiducia.
La sensibilità e cura del maestro Dirk Kaftan abbraccia nei suoi intenti una giovane compagine orchestrale con una coesione e affidabilità straordinarie che rende questa sinfonia una costruzione profonda e sublime di un musicista in continua ricerca del difficile significato del vivere.
Applausi incondizionati!

Il secondo concerto in programma (21 luglio) suscita interesse ed entusiasmo sia per i titoli in cartellone sia per i musicisti coinvolti. La bacchetta di Michele Mariotti alla testa dell’Orchestra Haydn con la partecipazione di Hasmik Torosyan, soprano armeno di grande valore.
Si eseguono i Vier letzte Lieder di Richard Strauss e la Quarta sinfonia di Gustav Mahler.
Gustav Mahler, boemo nato nel 1860 e Richard Strauss bavarese nato quattro anni dopo, sono pressoché contemporanei ed entrambi grandi direttori d’orchestra e compositori. Ma vivranno due vite completamente diverse.
Strauss si dedicherà a poemi sinfonici, opere liriche e affascinanti lieder, utilizzando sempre un linguaggio tonale e stile tardo romantico.
Mahler, pur sentendosi chiamato alla vocazione di “erede di Wagner”, sarà attratto dal mondo della sinfonia, creando nove sinfonie. Della decima in Fa diesis maggiore, incompiuta, solo il primo movimento andante-adagio rimase quasi completamente ultimato e quindi eseguibile mentre rimasero solo in parte orchestrati il secondo e il terzo e solo abbozzati il quarto e il quinto. Per inciso l’ascolto del primo movimento della decima, esprime in modo tonale un linguaggio che non nasconde una tendenza a drammatiche dissonanze tese a comunicare l’estrema precarietà del vivere in stretta contiguità con la morte, annunciata dalla grave cardiopatia di cui soffriva, scoperta dai medici a Vienna.
Richard Strauss, amico del celebre scrittore e traduttore ebreo Stefan Zweig, che lo coadiuvò come librettista nell’opera comica “La donna silenziosa” del 1935 a Dresda, ebbe un equivoco e discusso rapporto col nazismo di Hitler, quando per opportunità personale accettò la presidenza della Reichhsmusikkammer per l’intenzione di difendere i diritti degli artisti e per mantenere in vita la musica tedesca. Ma l’accettazione di questo incarico lo condusse irreparabilmente a una compromissione pubblica col regime di Hitler e Goebbels. Proprio nel 1935, anno della rappresentazione a Dresda de “La donna silenziosa”, fu costretto a dimettersi dalla presidenza dopo che una sua lettera privata, intercettata dalla Gestapo, criticava la censura antisemita del regime.
Non volendo indagare approfonditamente una realtà complessa come la vicinanza del musicista col regime, sicuramente non si possono ignorare eventi come la sua firma su un manifesto contro il celebre scrittore Thomas Mann, avverso al regime né quando sostituì il maestro ebreo Bruno Walter impedito dai nazisti di dirigere un concerto, dandosi disponibile a rimpiazzarlo prontamente.
Inoltre, per concludere, Strauss era riuscito grazie ai buoni rapporti col Reich a proteggere l’incolumità di sua nuora Alice, ebrea, evitandole l‘arresto e temute vessazioni. Anche se non riuscì a evitare a parenti della nuora la deportazione a Teresienstadt.
Mentre Mahler morì dopo soli cinquant’anni di vita, Richard Strauss visse quasi la metà del novecento, morendo a 85 anni.
Il commentatore del concerto descrive i due musicisti in modo contrapposto: Mahler, straordinario “attuale” e Richard Strauss inesorabilmente “inattuale” .
Inattuali sono i Vier letzte Lieder, ultimi capolavori composti tra il maggio e il settembre 1948 ed eseguiti a Londra in prima assoluta da Kirsten Flagstadt soprano con la Philarmonia Orchestra diretta da Wilehelm Furtwaengler l’anno dopo la morte del compositore nel 1950.
Inattuali, ma sicuramente appassionanti, perché, grazie alla pregevole direzione di Michele Mariotti alla testa di una ottima compagine orchestrale e alla intensità e partecipazione emotiva di Hasmik Torosyan, gli ultimi Quattro Lieder del compositore tedesco si configurano come quattro quadri di una complessa e intricata vita obbligata al continuo confronto con un regime tragico e ostile che ne ha ostacolato la sensibilità e la serenità. Ciononostante si percepisce una elevata profondità dell’umano sentire che emerge dal cuore di un uomo votato alla ricchezza di un linguaggio musicale alto, espresso da una elegante e malinconica armonia che viene comunicata come una segreta confessione…
La Quarta sinfonia di Mahler in Sol maggiore si poggia su un’orchestra non così ricca come quella della terza, quinta, sesta e nona, ma su uno spirito più semplice e melodico che è a tratti più vicino al settecento che si intreccia con strumenti come campanelli, sonagli e fiati a descrivere un’atmosfera creata dal mondo dell’infanzia, della gioventù che il compositore visse a stretto contatto con la morte per il decesso continuo di diversi fratelli ma che non diventa cupa e tragica, ma si tinge di quei colori, vivacità tipica dei bambini che accompagnano i primi anni di vita.
Con la comparsa del terzo movimento, Ruhewoll poco adagio la composizione vive un tempo di grande riflessione e meditazione che mediata dal suono degli archi sembra assumere l’aspetto di una preghiera volta a un pensiero malinconico, enigmatico che dialogante coi legni oboe e clarinetto sembrerebbe comunicare un disperato attaccamento alla vita e alla inesplicabilità dell’umano vivere.
Qui Mariotti si dedica con profonda sensibilità e umanità alla sofferta complessità dell’animo mahleriano che si esprime e manifesta con grande afflato umano nella purificata sensibilità di archi e arpa in un suono che si continua senza intervallo coll’ultimo movimento accompagnato dal soprano. La completa immedesimazione di Hamsik Torosyan nei testi cantati regala momenti di grande soddisfazione e approvazione del pubblico.
E’ un pubblico entusiasta quello che applaude alla Sala Mahler di Dobbiaco, con grande convinzione.
Il Festival di Martinafranca

Il 30 luglio il Chiostro del Carmine ha ospitato “Il schiavo di sua moglie”, di Francesco Provenziale su libretto di Francesco Antonio Paolella.L’Orchestra Cappella Neapolitana era diretta da Antonio Florio, regia e scene portavano la firma di Rita Cosentino.
Il cast era formato da Francesca Palitti, Lilliana Zolotoukhina, Francesca Lo Verso, Chiara Scannapieco, Angelo Testori, Michele Galbiati, Valerio Ilardo, Candida Guida, Mauro Pedrero.
Affascinante, fiabesca storia tra Amazzoni e Condottieri che, disputandosi il potere non riescono a eludere l’amore che influenza entrambe. Ippolita, Menalippa, Atreste cedono a Teseo, Timante ed Ercole, vinte dalle passioni amorose. Il risultato è che, nonostante il matriarcato ceda al patriarcato, gli stessi maschi sono sensibili alla seduzione femminile. Attuale, appassionante, avvincente racconta di storie che non conoscono tramonto.
La scommessa di Antonio Florio, scopritore dell’opera “La colomba ferita” nella biblioteca del Conservatorio di San Pietro a Majella di Napoli è vinta! Realizzata con studio, sensibilità e perizia dal direttore della Cappella Neapolitana a Martina Franca, ne consacra il successo nel Chiostro del Carmine con un luminoso Ensemble costituito da due violini, viola, violoncello, contrabbasso, 2 liuti, tiorba, clarinetto e clavicembalo, ridonando al barocco del seicento un autentico gioiello nascosto.

Il 31 luglio il Palazzo Ducale ha invece proposto la “Carmen” di Bizet con la direzione di Fabio Luisi sul podio di Orchestra e Coro del Petruzzelli di Bari. La rergia era di Denis Krief.
Fra gli interpreti Denis Uzun era Carmen, affiasncata da Matteo Lippi (Don Josè),, Natalia Tanasii (Micaela) e AlessandroLuongo (Escamillo).
Fabio Luisi ha creato una concertazione con intensità assolute, seguendo l’orchestra con precisione e sensibilità. La mezzo soprano Deniz Uzun, turco-tedesca, dotata di una sensualità, spavalderia e voce seduttiva e potente, di grande qualità ha una voce semplice, ma sicura ed ammaliante.
Bravo anche il nostro tenore genovese Matteo Lippi, anche se forse deve curare meglio lo stile ancora un po’ grezzo. Brava pure Natalia Tanasii, nel ruolo di Micaela e il baritono Alessandro Luongo nelle vesti di Escamillo.
Entusiasmo di pubblico e critica. Applausi scroscianti.
