Venerdì scorso, con un gruppo di Amici-Soci sono tornato alla Scala per assistere ad una rappresentazione de La traviata di Giuseppe Verdi.
I motivi di interesse che mi hanno portato a rivedere un’altra Traviata erano principalmente due: far conoscere ai miei amici come va rappresentata quest’opera e ascoltare la voce di Nadine Sierra, giudicata dai giornali del settore come la migliore Violetta oggi sui palcoscenici mondiali.
La cantante, giovane e carina, ha prestato la sua bella voce al personaggio di Violetta, non eccelsa nelle “follie” del primo atto, ma bene negli atti successivi. Ha cantato con il giusto sentimento “amami Alfredo”, “Alfredo, Alfredo di questo cuore” nell’atto a casa di Flora e tutto il terzo atto.

Piero Pretti e Boris Pinkhasovich hanno interpretato senza infamia e senza lode i loro personaggi, rispettivamente Alfredo e Giorgio Germont. L’orchestra e il maestro (Michele Gamba) hanno suonato una Traviata di routine eccellendo, a mio avviso, soltanto nel preludio all’atto terzo.
Ecco lo spettacolo: scene di Daniele Ferretti, costumi di Gabriella Pescucci, regia di Liliana Cavani. Tutto perfetto come si conviene a una Traviata “classica”; scene bellissime, costumi sfarzosi, ma eleganti. Insomma tutto quanto per uno spettacolo perfetto.
A mio avviso, il punto debole è risultata la regia. Una regia preparata per uno spettacolo prodotto per la prima volta nel dicembre del 1960.
Riccardo Muti, sfidando i vedovi callasiani, aveva osato inaugurare la stagione 1990/91 proprio con Traviata che mancava dalla Scala dagli anni ‘50 della memorabile interpretazione di Maria Callas/Luchino Visconti. Però, dal 1960 ad oggi sono trascorsi 36 anni e la regia d’opera ha compiuto passi da gigante.
Indipendentemente dalle oscenità di certi allestimenti, la regia ha insegnato ai cantanti come muoversi in modo sciolto, agile e capace di trasmettere i sentimenti dei personaggi interpretati anche con i movimenti del corpo. (parliamo sempre di quelli bravi).
I cantanti dell’altra sera si muovevano come la regia comandava, ma, impacciati, rigidi rispettando i movimenti prestabiliti il che non riscaldava la rappresentazione. In definitiva, la Sierra ha canta Violetta, ma non era Violetta e così Pretti, Alfredo e Pinkhasovich, papà Germont. In sostanza ho sentito cantare bene l’opera, ma non mi sono commosso e partecipante alle miserie di Violetta come tante altre volte.
Dopo aver visto, nel corso di decenni, tante Traviate mi sento in dovere di ricordare quella che più mi ha conquistato: la Violetta di Renata Scotto. Come cantava lei “Amami Alfredo” nessun’altra mi ha lasciato tanto ricordo nel cuore.
Il discorso sulle regie d’opera è molto importante e ne sapremo di più da Roberto Iovino e da Nicole Olivieri nel loro intervento alla Società di Letture e Conversazioni Scientifiche a Palazzo Ducale, il prossimo 23 ottobre alle ore 17.
