“Per me prosa e opera sono due fratelli che a un certo punto hanno litigato, probabilmente consigliati da pessimi avvocati. Io vengo da entrambi i mondi e continuo a non capire perché debbano ignorarsi”. E’ un’affermazione di Davide Livermore che riflette pienamente la sua concezione di teatro e il suo operare da regista. Un interprete a tutto campo per il quale prosa e opera lirica sono parti di un tutto unico e compatto.
Lo si può constatare in questi giorni al Teatro Ivo Chiesa assistendo alle recite di Orlando furioso il capolavoro di Ludovico Ariosto proposto in prima nazionale con la regia, appunto di Livermore, riduzione e adattamento di Margherita Rubino, drammaturgia e dialoghi dello stesso Livermore con Linda Gennari, Fulvio Pepe e Carlo Sciaccaluga.
Una nuova sfida per il direttore del Teatro Nazionale a cui vanno sempre riconosciute due qualità fondamentali: una totale padronanza “tecnica” del mezzo e una personalità interpretativa assolutamente originale.
La pazzia, purtroppo, è la malattia del nostro tempo (“Cosa potrebbe succedere se tutta l’umanità perdesse il senno come Orlando?” è la domanda che emerge nel finale dello spettacolo) e questo rende drammaticamente attuale il poema dell’Ariosto che, come tutti i grandi classici, con le sue avventure fantastiche, ci induce a riflettere sulla contemporaneità e sul futuro.
Da qui è partito Livermore che ha abilmente giocato sul piano temporale. La scena di Eleonora Peronetti mostra in primo piano il relitto di un aereo che diventa lo spazio abitato dagli attori mentre nel fondo un grande cerchio disegnato da Francesco Calcagnini mostra il sole, la luna, i pianeti.

Alla modernità dell’aereo si contrappongono i costumi dal sapore antico. Un colpo d’occhio, dunque, disorientante, come accade spesso nel teatro di Livermore che ama mescolare linguaggi e esperienze. L’impressione è che nell’affrontare un autore “maleducato” che “pretende moltissimo” (parole dello stesso Livermore) il regista abbia scelto la via del musical dando quindi una lettura del tutto differente da qualsiasi altro “precedente” (e il riferimento va all’Orlando di Ronconi).
Ecco, dunque, la parola, ma anche il canto, la danza, la musica strumentale affidata a strumenti antichi (l’ottimo Ensemble La Chimera) ma sostenuta qua e là anche da robusti interventi elettronici. E poi, il tono alto e il tono basso per cui si passa da momenti di tesa drammaticità a spunti di carattere assai più leggero. La musica (arrangiamenti di Marco Benz Gentile) scorre quasi ininterrottamente passando da citazioni barocche (su tutte, naturalmente, il tema della Follia) a escursioni nel tardo Ottocento, a ritmiche e suoni contemporanei.
L’insistita presenza della musica ha vantaggi e svantaggi. Crea momenti di raffinata poesia (la scena di Orlando e il cavallo fluttuante sulle note della Pavane di Faurè), ma a tratti costringe le attrici a forzare la voce con il rischio di rendere meno comprensibile la parola. Un musical, dunque, originale e fantasioso che intreccia epoche lontane per parlarci dell’uomo di oggi e lo fa mescolando i versi dell’Ariosto alla prosa degli interludi al canto che di tanto in tanto irrompe a sottolineare alcuni momenti importanti: interessante sarebbe stato, forse, cantare lo stesso Ariosto.
Altra scelta particolare di Livermore, il cast quasi interamente femminile. A parte Fulvio Pepe, sul palcoscenico agiscono cinque strepitose attrici (Anna Della Rosa, Linda Gennari, Mariangela Granelli, Laura Marinoni, Annamaria Ghirardelli) e una danzatrice (Silvia Bennett). Un grande saggio di bravura, per la recitazione, per la gestualità, per la concentrazione che richiede il passaggio continuo da un ruolo a un altro.
Repliche fino al 18 ottobre.
