I personaggi ti vengono incontro con una marcia che ricorda l’esodo del Secondo Dopoguerra verso la “terra Promessa”. Sono vestiti con abiti grigi e marroni, sgualciti da eterni esilii, affidano a canti Yiddish e Palestinesi e a coreografie, troppe lacerazioni che non si rimarginano. Sono tutti adulti. Le “Sette bambine Ebree” citate nel titolo della pièce di Ceryl Churchill prodotta dal Nazionale di Genova e presentata ieri sera in prima al Duse, non si vedono. Il pubblico deve immaginarle attraverso i discorsi degli adulti che, nel corso di settant’anni, discutono tra loro, con scansione decennale, che cosa sia opportuno dire o non dire su che cosa le circonda e le attende.
“Non la spaventare” è il leit tmotiv di un discorso scarno: tanto sommario che ci si chiede che cosa arriverebbe in platea senza le musiche di Alessandra Ravizza, i movimenti ideati da Claudia Monti, i costumi di Laura Benzi, le luci di Aldo Mantovani e il coordinamento di Carlo Orlando, regista e corifeo di Eva Cambiale, Paolo Li Volsi, Caterina Tieghi, Elisa Carucci, Pietro Desimio.
Il testo, ancora prima di arrivare in Italia, aveva suscitato perplessità sul suo messaggio per tutti e su quello che i genitori vogliono trasmettere alle figlie Questo dibattito gli ha regalato notorietà senza lasciare spazio a una discussione sulla sua gracilità.
Dai tempi del suo concepimento, dopo il bombardamento israeliano del 2006 sulla Striscia, sotto i ponti della Storia sono passati altri fiumi di sangue. Decifrarne il corso è diventato sempre più difficile, le parole sono diventate bombe improprie che coltivano l’odio, un nuovo antisemitismo (di cui Ceryl Churchill non parla), il terrorismo.
Il linguaggio sintetico e “dissanguato” dell’autrice non la preserva dalla perplessità di una parte degli spettatori perché la scarnificazione stilistica finisce per sottolineare soltanto alcune cose senza sublimarsi in una vera e toccante poesia. Più in generale, di fronte a una pièce come questa ci si può chiedere fino a che punto, e che in termini, sia lecito per una creazione artistica riassumere i sentimenti di un’età dell’innocenza o dell’onestà intellettuale.

I classici ci dicono di sì, senza ombra di dubbio. Quando i contemporanei entrano in gioco, esercitano un diritto e un bisogno sacrosanto, ogni volta però è una scommessa. In questo caso le poche righe del testo non sembrano destinate all’eternità e la drammaturga inglese, che ha sempre lasciato a registi, traduttori e interpreti una libertà vigilata (neppure la minima modifica) dovrebbe ringraziarli quando, come in questo caso, hanno dato alla crisalide una vita che ne giustifica la presenza in scena.
Il titolo si appoggia a richiami di stampo pitagorico, cabalistico e perfino mediatico ma non vi si addentra.
Lo svolgimento del copione ha le scansioni oratoriali di un rosario che partono dai campi di concentramento ma non approdano all’ultima tragedia, seguita alla strage del 7 ottobre. Manca nel testo quello spirito di contrasto tra opposti destini, tra buone spiegazioni e ramificazioni contrastanti da ambo le parti, che rendono avvincenti e utili le rappresentazioni tragiche secondo i canoni classici, antichi o moderni che siano.
