Se l’Inno nazionale diventa una canzonetta….

Il 14 marzo 2025 un Decreto a firma del Presidente della Repubblica ha stabilito alcune regole relativamente alla esecuzione dell’inno nazionale nelle cerimonie ufficiali: “L’Inno nazionale – si legge nei primi due articoli – è uno dei simboli rappresentativi della Repubblica Italiana e deve essere eseguito rispettandone il valore storico e ideale. Durante l’esecuzione i presenti sono in piedi, in posizione composta, in silenzio oppure partecipando col canto. Nelle cerimonie alla presenza di una bandiera di guerra o d’istituto, ovvero del Presidente della Repubblica, nonchè in occasione delle festività nazionali, in Italia e all’estero, l’Inno nazionale, senza l’introduzione iniziale, è eseguito ripetendo due volte di seguito le prime due quartine e due volte di seguito il ritornello del testo di Goffredo Mameli, come previsto dallo spartito originale di Michele Novaro”.

Non tutto ciò che è contenuto nel Decreto ha trovato concordi gli studiosi della pagina di Mameli e Novaro (che, lo ricordiamo, è diventata a tutti gli effetti inno nazionale con Legge n. 181 del 4 dicembre 2017), ma al di là delle polemiche (che stanno portando a passi legali) esiste un atto ministeriale al quale nel bene e nel male ci si deve riferire.

Ebbene, nel Decreto non si dice certo che l’Inno va trattato come una canzonetta. Che è quello che è successo ieri sera alla inaugurazione delle Olimpiadi invernali. Un grande spettacolo, per carità, ma qui ci si sofferma sulla esecuzione del “Canto degli Italiani”, il nostro inno nazionale appunto.

Una voce, seria e impostata, ha invitato tutto lo stadio di San Siro ad alzarsi in piedi e Laura Pausini ha attaccato le note di Novaro…. Uno strazio. L’inno è diventato una canzonetta melliflua, con pause inesistenti, acuti orribili. Nulla di quello che dovrebbe essere. Nulla di quello che ha scritto Novaro. Ed eravamo alla inaugurazione delle Olimpiadi, un atto decisamente ufficiale davanti a miliardi di spettatori sparsi nel mondo.

Da vergognarsi.

Ma a proposito dell’Inno, ancora una nota a margine. Il 2 dicembre scorso una direttiva dello Stato Maggiore della Difesa, raccogliendo probabilmente una decisione di Riccardo Muti ha sancito la eliminazione del “Sì” finale in genere intonato nell’accordo conclusivo. Perché? Perché Mameli non lo ha scritto. Giustissimo, ma lo ha voluto Novaro. E in genere quando si parla di opere musicali su testo poetico a decidere alla fine è il musicista e non il poeta. Pensiamo a quante ripetizioni ci sono nelle arie d’opera. Se si dovesse rispettare alla lettera il libretto, cambierebbe tutto.

Quando il 18 ottobre 1848 Verdi inviò a Mazzini la sua versione musicale dell’inno “Suoni la tromba” su versi di Mameli raccomandò al poeta di cambiare alcuni versi perché non funzionavano sul piano musicale.

Novaro ha fatto altrettanto: “… L’entusiasmo – ha scritto il compositore genovese a proposito del finale – li manda a un crescendo incalzante che si conclude in un grido supremo, il quale è un giuramento e un grido di guerra. E il poeta mi perdonerà se per mandare questo grido ho aggiunto all’ultimo verso una sillaba: L’Italia chiamò: Sì!”.

Allora parafrasando Arbore, il “Canto degli Italiani” non è solo una canzonetta, è un inno nazionale, espressione di un momento storico fondamentale (il Risorgimento) per la nostra unità. Rispettiamolo. E rispettiamo anche il povero Michele Novaro, ripristinando quel sì che gli uscì dal cuore.