“La rigenerazione”: un profetico rifiuto di invecchiare

Nel salotto borghese del primo Novecento con arredi giusti e costumi pertinenti, il sospetto dello spettro che attanaglia l’anima del protagonista, il desiderio di recuperare con un’operazione la giovinezza perduta, assume subito più rilievo, per contrasto preconizzatore e grottesco, di quanto ne avrebbe in un’ambientazione ossessivamente onirica.

Nel corso de La rigenerazione di Italo Svevo in scena dal 24 al 26 febbraio al teatro Ivo Chiesa di Genova con regia di Valerio  Santoro e  Nello Mascia nel ruolo del protagonista, tuttavia non è sempre facile saldare questo sogno con la realtà, tant’è vero che la narrazione a blocchi, imposta ai necessari tagli su un copione molto lungo, qualche  volta spiazza.

Questa produzione del Biondo di Palermo e del Rossetti di Trieste ha comunque il merito di far conoscere un Ettore Schmitz che si aspettava la fama dai suoi drammi e li ha visti invece trascurati rispetto alla versione scenica del romanzo. All’origine del paradosso può esserci anche un uso della lingua che funziona più nella pagina scritta (riadattabile per la scena) che per le battute .

Riguardo al tema , La rigenerazione è certamente più vicina a La coscienza di Zeno di quanto non lo siano Le ire di Giuliano, Prima del Ballo o Il terzetto spezzato. Tra le maglie di un tormentone che anche un leit motiv dei nostri giorni, la giovinezza recuperata non grazie ad acque edeniche o all’intervento di Mefistofele, ma alla chirurgia,  filtra un male di vivere o, se si preferisce, un’inettitudine alla vita, che la vecchiaia rende più amaro ma che c’è sempre stato e nessun bisturi può cancellare.

Un momento dello spettacolo (foto Tommaso Le Pera)

 

Giovanni Chierici,  cedendo ai consigli di un nipote interessato,  si illude di conquistare non un aspetto più gradevole e aitante ma credibilità in famiglia e un desiderio erotico separabile perfino dall’amore della moglie che, con la sua eccessiva comprensione,  non ne accresce l’autostima. E’ destinato a un viaggio interiore che, alla fine, gli fa comprendere meglio se stesso e chi gli sta intorno.

Lello Mascia alterna con sapienza note grottesche, a volte perfino burattinesche, con momenti di straordinaria malinconia, in sintonia con la platea specie nel dialogo con la figlia.

Roberta Caronia, la moglie e con lei Cloris Brosca, Alice Fazzi, Niccolò Prestigiacomo, Massimo De Matteo, Mauro Parrinello, Roberto Burgio, Roberto Mantovani si muovono bene sulla scacchiera delle ipocrisie e, forzando qua e là  un’ironia “distanziante” si liberano dalle ingessature di un linguaggio che l’autore usa con  una correttezza un po’ “straniera”.