Francesco Ernani, il sovrintendente della ricostruzione

Alla fine del 1990 il Teatro Comunale dell’Opera si preparava a un cambio epocale, il trasferimento dall’ormai desueto se pur glorioso Teatro Margherita al nuovo Carlo Felice risorto sulle ceneri del vecchio e rimpianto edificio del Barabino. Una ferita che si rimarginava nel centro città dopo decenni di polemiche, rinvii, bandi e progetti inevasi.

Non si trattava tuttavia di un “semplice” trasloco dagli spazi angusti di un vecchio teatro nato per tutt’altro genere di spettacoli a un complesso totalmente nuovo e incredibilmente “grande”. In gioco c’era anche la mentalità, la necessità di cambiare il modo di operare a fronte di una tecnologia avanzata che faceva allora del Carlo Felice il teatro più moderno a livello internazionale.

A guidare questo rivoluzionario processo di trasformazione fu chiamato Francesco Ernani che nei giorni scorsi si è spento all’età di 87 anni, lasciando un profondo dolore in tutto il mondo musicale non solo nazionale.

Nato ad Ancona nel 1937, dopo gli studi in Economia e Commercio a Bologna e in Business Administration alla Pacific Western University, era approdato all’Arena di Verona come direttore amministrativo, poi era passato alla Scala e finalmente nel 1986 aveva avuto il primo incarico come sovrintendente all’Arena. Sul finire del 1990 l’arrivo a Genova dove era rimasto per circa quattro anni e poi la sua carriera era proseguita a Roma, a Firenze e a Bologna.

Ernani è stato il primo sovrintendente del Comunale di Genova chiamato da fuori città con alle spalle un precedente analogo incarico in un altro teatro. Una scelta controcorrente rispetto ai suoi predecessori, dalla Lanfranco a Ugo, da Adamoli a Ragazzi, fino a Terracini: nessuno di loro si era mai occupato attivamente di gestione teatrale.

“Si deve accettare un incarico solo se si crede nel teatro che l’ha proposto – mi dichiarò Ernani in una intervista concessami nel gennaio 1991 – la carriera di un sovrintendente è costituita da una serie di matrimoni successivi, ma durante ciascuno di questi deve sussistere assoluta fedeltà”.

Fedeltà ribadita l’anno successivo quando da Verona gli arrivò l’invito a rientrare all’Arena: “A Verona – dichiarò Ernani – c’è la magia dell’Arena, uno spettacolo unico. A Genova, più che emozioni c’è un lavoro difficile e oscuro. Non si tratta di far funzionare una macchina scenica, si tratta di creare effettivamente un teatro con un suo carattere”.

2 dicembre 1994, inaugurazione della stagione con “L’olandese volante” di Wagner. Nella foto accanto a Francesco Ernani si riconoscono il direttore artistico Nicolò Parente e la presidente della Camera on. Irene Pivetti.

 

Ernani amava le sfide e la sfida di Genova senza dubbio la vinse. Trovò un teatro sull’orlo del fallimento sul piano economico e grazie all’intervento di uno sponsor prezioso come Riccardo Garrone, sanò il bilancio giungendo alla inaugurazione del Carlo Felice, nell’ottobre 1991, con “Il trovatore” in condizioni economiche assai più tranquille.

Operò all’interno per riorganizzare il lavoro e adattarlo alle nuove esigenze. Individuò anche in Nicolò Parente il direttore artistico in grado di riportare il teatro genovese all’attenzione generale. Parente, nominato nel luglio del 1992 dopo il forfait di Alberto Zedda (che, chiamato a Genova in realtà non mise mai piede al Carlo Felice in quanto accettò subito dopo la analoga nomina alla Scala), rimase alla guida artistica del teatro fino al 1999, conquistando il primato del direttore artistico più longevo nella storia del nostro ente lirico.

Amministratore attento, Ernani era una persona elegante, vecchio stile, spesso ironica. Il teatro era il suo habitat, ne conosceva ogni meccanismo e nello stesso tempo, però, aveva un totale rispetto per le professionalità altrui: mai si sarebbe permesso di contestare una critica o un articolo negativo sul teatro.

Mi si consenta un ricordo personale. Un giorno mi chiamò nel suo ufficio e mi propose, un po’ a sorpresa, di scrivere un libro a quattro mani sui teatri italiani. Accettai naturalmente con entusiasmo e iniziarono così lunghe frequentazioni tardo-pomeridiane nel suo ufficio a organizzare e sistemare i capitoli. Nacque “La Repubblica degli Enti Lirico-sinfonici”, un libro di riflessioni sui primi venticinque anni del teatri italiani dalla riforma della legge corona del 1967.  Un libro di bilanci, anche amari, ma con qualche stimolo da parte di Ernani verso una riforma futura che riteneva improrogabile per salvare un patrimonio culturale che tutti gli altri Paesi ci invidiano.