Un appuntamento con la magia ai Parchi di Nervi: la danza del Béjart Ballet Lausanne ha rievocato come una “madeleine” le tante serate di successo del passato. Il filo della memoria si intreccia con le numerose apparizioni di questo corpo di ballo in tempi antichi e recenti, che si saldano al presente tra colori, cicale al tramonto e grilli sul calar delle tenebre, con la luna di gobba crescente che si “muove” sul fondale di mare come nessun effetto potrebbe ricreare. E poi i ballerini, forgiati anche le ultime leve, i più giovani che non lo hanno mai conosciuto, nello stile del grande maestro. Tra i pregi del presente BBL vi è la riproposizione del repertorio, scelto di stagione in stagione tra una produzione vasta. Per il Nervi Music Ballet Festival sono state scelte due coreografie molto apprezzate e non usuali, “Liebe und Tod” e “7 danses greques”, preceduti in apertura da “Alors on dance… !” di Gil Roman. Brano quest’ultimo del 2022 su musiche di John Zorn e Citypercussion, costruito come un moderna sinfonia di musiche e azioni coreografiche senza alcun intento narrativo e permeate dal piacere della danza in sé, incentrata sulla tecnica classica. La coreografia è dedicata a Patrick Dupond, étoile dell’Opéra di Parigi e celebre danzatore scomparso nel 2021, artista iconico dalla tecnica sfolgorante e uno stile unico, che pare rivivere in alcuni atteggiamenti e linee spezzate delle mani e delle dita, messe in risalto in alcune delle sequenze coreografiche. Un susseguirsi di assoli, passi a due e trii, quartetti, danze di gruppo, che in apertura e in chiusura (quest’ultima su “Forever young” di Bob Dylan) ha visto un corale e colorato insieme di trenta danzatori quasi all’unisono. Un giusto inizio di serata, la prima tra quelle di danza della kermesse nerviese che ha dato al pubblico lo spazio di un intervallo.
Dalla ripresa, la scena è tornata a vivere dell’arte di Béjart più intima e raccolta in “Liebe und Tod” (amore e morte) su musiche di Gustav Mahler. Ispirato passo a due ricreato dallo stesso Béjart da due coreografie precedenti, in cui emerge nel ruolo che nacque per Gil Roman (sul lied “La morte del tamburo”) il danzatore di origine colombiana Oscar Eduardo Cachon. Un contraltare intenso, espressivo e drammatico alla leggerezza del brano introduttivo di cui si è detto, in cui i due interpreti, Cachon e Kathleen Thielhelm, più che raccontare una storia di amore e morte ne diventano la personificazione. Linee morbide e avvolgenti dell’amore sulla morte, in un eterno duello che diventa accettazione di una coesistenza ineluttabile.

L’ultima parte della serata, “7 danses greques”, è una coreografia realizzata da Maurice Béjart nel 1983 su musiche di Mikis Theodorakis e ispirata al folclore greco. Un omaggio alla Grecia che – come dichiarò lo stesso Béjart – “è presente anche se i prestiti dal suo folklore sono minimi e i costumi sono scarni, inesistenti, come quelli che i ballerini indossano in studio”. Sul fondale naturale si stagliano due pini marittimi illuminati di viola mentre il rumore del mare inonda la platea: è questa la prima immagine che colpisce gli spettatori all’inizio della prima delle sette danze greche, mentre il palco si anima di silhouettes perfette, i danzatori in pantalone bianco gli uomini e accademico nero le donne. I colori, in tutta l’alternanza coreografica, restano suggeriti, come l’idea della grecità, evocata da brevi cenni folclorici mai insistiti, ispirati dal filo musicale che di per sé narra di terre antiche. Tra i solisti molto apprezzato Alessandro Cavallo: danzatore ventitreenne brindisino, già vincitore di Amici, in forza al BBL da inizio 2024 e già lanciato nei ruoli principali dalla direzione artistica.
In occasione della ripresa di “7 danses greques” nel 2014, tra gli interpreti principali era annoverato Julien Favreau. Proprio quest’ultimo da alcuni mesi ricopre il ruolo di direttore artistico della compagnia dopo il licenziamento di Gil Roman, che aveva preso le redini del corpo di ballo sin dalla morte del fondatore. L’occasione di aver potuto rivedere questa coreografia ci ha ricordato che Béjart è stato il più grande innovatore del balletto del ventesimo secolo, e la sua arte si ritrova intatta non solo in balletti celeberrimi entrati anche nel repertorio di grandi compagnie internazionali (“Bolero”, “Sagra della primavera”, “Nona sinfonia”), ma anche in esercizi più recenti, come questo di inizio anni 80 quando il coreografo si applicò a un più generale studio sui vari folclori del mondo. Se un nuovo corso si apre dunque per il balletto di Losanna, con la nuova direzione artistica fresca di nomina, non potrà prescindere dal perpetrare e riproporre l’arte di un genio del Novecento.
