Il pubblico della GOG, che è accorso numeroso la sera del 9 febbraio al teatro Carlo Felice di Genova per il tredicesimo concerto della stagione 2025-26, ha potuto vivere un momento storico della vita musicale genovese grazie alla presenza sul palco di Bruno Canino e Antonio Ballista, duo pianistico che – dal lontano 1970 – si è esibito più di trenta volte per questa istituzione. Lo ha ricordato il presidente Nicola Costa durante l’intervallo del concerto, aggiungendo che Canino ha ricoperto il ruolo di direttore artistico della GOG in anni non troppo remoti, promuovendo stagioni concertistiche di livello stellare.
Il programma, centrato su autori francesi e italiani a cavallo tra il 1909 e il 1981, alternava brani per pianoforte a quattro mani con altri per i due pianoforti, mettendo in luce, volta per volta, la dimensione più cameristica della prima soluzione e quella, a tratti quasi sinfonica, della seconda.
Dell’intesa pluridecennale tra i due artisti è inutile parlare, tanta e tale si è rivelata l’autentica simbiosi musicale che questo sodalizio ha messo in vetrina durante l’intero concerto. Non è il caso di redigere un resoconto minuzioso della serata, il cui esito è testimoniato dall’entusiasmo, in alcuni momenti trascinante, con cui il pubblico ha accolto l’esecuzione di ciascun brano, da quelli più intimi e riservati ad altri pervasi da una volutamente fragorosa animazione. Dirò che l’incanto è scaturito all’istante con le prime note di Ma mère l’Oye, i cui momenti topici sono emersi senza sforzo, quasi per levitazione: cito a caso il contrasto di sonorità nel brano “la belle et la Bête”, come pure l’immaginario carillon con cui vengono descritte le pagode scintillanti, e ancora lo scampanio festoso – ma pur sempre discreto – del giardino fatato che chiude la Suite. Di tutt’altro tenore “La Valse”, poema coreografico dai toni spesso minacciosi e incombenti: l’aerea levità del brano precedente si trasforma in una cupa ossessione, a tratti alleggerita da un clima da Belle Époque. Anche qui i due interpreti hanno sapientemente evocato, alternando rubati impercettibili con violenti sforzati, il clima drammatico, talora esagitato, di questo autentico capolavoro.

I due brani di Petrassi, ideale risposta alla discrezione raveliana di Ma mère l’Oye, hanno svolto il ruolo di “ammortizzatore” tra i due piatti forti della serata. In quest’ottica va infatti inquadrato l’Omaggio a Grieg di Niccolò Castiglioni, densa e articolata divagazione dal carattere apparentemente improvvisativo, la cui casualità espositiva si è avvalsa dell’armamentario timbrico di cui i due interpreti si sono serviti con consumato mestiere. Infiorescenze sonore, microstrutture che rimbalzavano da una tastiera all’altra, trame filigranate, successioni di intervalli di quarta di schoenberghiana memoria… fino alla citazione, ingenua solo in apparenza, di una melodia infantile, forse un sottinteso invito all’applauso finale. Il pudore esecutivo con cui Canino e Ballista hanno presentato – e reso accessibile – un brano di tale complessità è un’ulteriore dimostrazione della loro consumata esperienza.
In chiusura ecco i ritmi sincopati e le sonorità gioiose di Darius Milhaud. I tre pannelli che costituiscono la suite da Scaramouche sono stati presentati con esattezza ritmica, sonorità scolpite (ma trasparenti quando necessario) e stacchi di tempo ragionevoli, privi di quell’agitazione motoria che a volte accade di ascoltare quando il ritmo diviene trascinante. Particolarmente intenso, e qui concludo, il clima di rispettoso raccoglimeno nel secondo brano della Suite, con richiami stravinskiani molto rarefatti ma ben percettibili.
Pubblico entusiasta, un bis, e si torna a casa con la sensazione di aver vissuto una serata davvero memorabile.
