“Io mi interesso a tutta la musica; ci sono parallelismi da cogliere. Una linea di basso dei Nirvana, ad esempio può essere simile a una di Purcell e lì scatta la curiosità”.
Parole di Giovanni Sollima che ieri sera ha entusiasmato la platea del Carlo Felice (non affollata come l’evento avrebbe meritato), ospite della stagione sinfonica nel triplice ruolo di violoncellista solista, direttore e compositore.
Violoncellista e compositore, figlio d’arte (il padre Eliodoro è stato pianista, compositore e didatta), Giovanni Sollima è uno dei musicisti più estrosi e aperti della sua generazione. Per lui la musica non ha confini, suona Bach ma anche i Led Zeppelin, la sua playlist, sostiene, è ricchissima.
E di tale versatilità ieri ha dato ampia prova mostrando, accanto a un bagaglio tecnico straordinario, anche una verve interpretativa notevole che ha contagiato l’orchestra apparsa particolarmente reattiva.
Il programma si è aperto con tre dei 150 “Canti Scozzesi” di Haydn in una versione per violoncello e orchestra dello stesso Sollima che è risalito ai canti originali. Utilizzando un violoncello colorato costruito con legni delle barche dei migranti dai detenuti di un carcere milanese, l’artista ha incantato per la ricchezza e l’eleganza del suono, ben assecondato dallo strumentale.
Poi, su un altro violoncello di liuteria cremonese, il bellissimo Concerto in re maggiore di Haydn, riletto con estro e limpido fraseggio secondo l’edizione originale.

Seconda parte dedicata ai “Folktales” che Sollima ha composto diversi anni fa: “E’ una suite in otto sezioni – ha spiegato – in cui trovo ispirazione da Calvino (autore che amo particolarmente) ma anche da altri personaggi come Leonardo da Vinci. Scrissi quei brani durante un lungo viaggio e le diverse soste hanno ispirato alcune parti. Insomma è una struttura rigorosa ma un po’ folle, un brano tragico-comico”. Una partitura in effetti al primo impatto disorientante per la ricchezza dei materiali e per la varietà dei gesti sonori: cadenze di incredibile virtuosismo del solista si alternano a scatti nervosi dell’orchestra, glissandi interminabili fanno da sfondo a delicati slanci lirici, interventi degli ottoni danno l’impressione dello sberleffo sarcastico. Una pagina divertente nella sua ecletticità e, in realtà, assolutamente rigorosa nella sua struttura architettonica. Applausi interminabili con molti spettatori in piedi. E Sollima non si è risparmiato: prima un brano dei “Nirvana” (Smells Like Teen Spirit) accompagnato con allegria dall’orchestra, poi ripreso il violoncello colorato, un suggestivo canto popolare armeno (“il canto popolare è ciò che sopravvive alle guerre e ai genocidi: questo legno trasuda di canti”) e infine lo splendido Preludio dalla Suite n.1 di Bach.
