“Legami” era il titolo dell’appuntamento musicale organizzato ieri a Palazzo Ducale (Sala Munizioniere) da Matteo Manzitti e dedicato a Luciano Berio nel primo centenario della nascita.
Se si eccettua la manifestazione di qualche mese fa della GOG(la maratona dedicata alle Sequenze) quella di ieri è stata l’unica iniziativa celebrativa per un compositore che è stato il maggior protagonista della cultura musicale del secondo Novecento: non solo per la sua produzione creativa, ma anche per la multiforme attività (direttore d’orchestra, organizzatore, fondatore di Centri di ricerca, didatta)e per la capacità di creare “rete”, relazioni con poeti, scrittori, architetti, intellettuali di vari ambiti. Un punto di riferimento, insomma e il titolo “Legami” ideato da Manzitti sembra particolarmente appropriato.
Fondatore di “Eutopia Ensemble” e direttore artistico del Festival “Le strade del suono”, Manzitti da anni ormai persegue una politica culturale mirata a far luce sul Novecento, affrontandolo da varie angolazioni con una ammirevole freschezza creativa.
Anche il programma di ieri non era una lista di brani assemblati banalmente su base cronologica o di organico.
Manzitti ha proposto le relazioni di Berio, i suoi debiti, ma anche la sua eredità, chiamando ad esempio, il compositore Fabio Vacchi come testimone della importanza dell’artista di Oneglia come “maestro” per le successive generazioni.
Il programma musicale, dunque, ha offerto interessanti accostamenti fra pagine beriane e lavori di altri autori apparentemente lontani eppure significativi nella formazione e nello stile del nostro autore.
Valentina Messa, eccellente pianista, ha aperto il concerto con l’Intermezzo op. 117 n.1 di Brahms per proseguire subito dopo con “Wasserklavier” in cui Berio sembra voler assimilare la lezione tardoromantica. Lo stesso Berio, del resto, come ha spiegato Manzitti, sosteneva che per conoscere davvero uno stile è necessario scrivere in “quello” stile.
E così da Brahms (il cui lascito nei confronti del Novecento era già stato ampiamente chiarito da Schoenberg nel suo articolo “Brahms il progressivo”, affermazione ben lontana da chi come Hanslick lo considerava unicamente come custode della classicità in posizione dunque conservatrice) si è passati a Dallapiccola che Berio ha studiato in maniera approfondita: Damiano Barreto, violino e Valentina Messa, pianoforte, hanno proposto con sensibilità e bell’affiatamento prima i due Studi per violino e pianoforte appunto di Dallapiccola e poi i Due pezzi per medesimo organico di Berio.
Ancora un nome caro a Berio, quello di Stravinskij, pure in questo caso lontano dai riflettori avanguardisti di una parte della musicologia (Adorno) a riprova della totale libertà intellettuale con cui si è sempre mosso il nostro artista: il trio formato da Elisa Azzarà (flauto), Edoardo Lega (clarinetto) e Laura Papeschi (arpa) ha offerto con rigore e puntualità prima “Autre fois – berceuse canonique pour Igor Stravinskij” di Berio e poi dello stesso Stravinskij “Epitaphium”.

Dai “debiti” di Berio alla sua eredità: “Berio ha rappresentato una stella polare, un unicum nel panorama di quel tempo. Luciano non era un moderno, perché sarebbe invecchiato. E’ un classico e come tale rimarrà”. Lo ha dichiarato il compositore Fabio Vacchi, presente all’incontro in dialogo con Manzitti. Di lui Valentina Messa ha eseguito in prima assoluta “Novelletta” per pianoforte, brano che evidenzia una notevole ricchezza inventiva e una ammirevole solidità di scrittura e poi, insieme a Damiano Barreto (violino) e Giuseppe Massaria (violoncello) il brano scritto in omaggio a Berio in occasione del suo 75° compleanno “Orna Buio Cel” (anagramma di Luciano Berio). Infine il settore vocale, preceduto da un intervento esplicativo del musicologo Giacomo Fronzi. Il mezzosoprano Giulia Zaniboni accompagnata dalla Messa ha interpretato con verve ed eleganza le “Quattro canzoni popolari” che rivelano ancora una volta l’ecletticità stilistica di Berio; e infine, “O King” per voce e cinque strumenti, un delicatissimo omaggio a Martin Luther King costruito da Berio in un crescendo di tensione in una scrittura che fa della voce uno strumento al pari degli altri.

Una bella esecuzione guidata da Manzitti con intelligenza.
