Victor, un viaggio alla ricerca di se stessi

Un labirinto di ghiaccio e di sangue circonda Il viaggio di Victor dilatandolo verso spazi sempre nuovi di interpretazione, riflette in ledwall,  specchi e nei tunnel in  video la tragedia di un amore che vuole sopravvivere a troppe verità nascoste.

Lo spettacolo, tratto da un copione di Nicolas Besos  e portato ieri sera al Modena per la prima volta in Italia da Davide Livermore per una coproduzione tra il Teatro Nazionale di Genova e il Teatro di Napoli, sfida lo spettatore a trovare una via d’uscita in un percorso che,  puntualmente,  sbatte contro un muro . E’ un ostacolo più atroce di quello contro cui si sono schiantati in auto Victor e il figlio e che, con una sostanza immateriale ma altrettanto dura,  si para di fronte a Marion mentre cerca di capire come sia andata, chi sia responsabile della morte del ragazzo e perché il padre, sopravvissuto, si trinceri dietro un’amnesia che potrebbe anche essere una maschera, pietà per lei o per se stesso.

L’andamento è giocato su una suspence particolare che ricompone il mosaico di una vita   partendo da battute di ordinaria quotidianità e lascia agli attori una grande responsabilità autoriale con il  sottotesto. Linda Gennari e Antonio Zavatteri fanno emergere questo non detto con una maestria che ha il colore della naturalezza, mai sopra le righe neppure quando la disperazione diventa urlo, sempre eloquenti in ogni gesto e ogni sguardo.

Un momento dello spettacolo (Foto Pitto)

 

Può venire  spontaneo, come sempre accade di fronte a qualcosa che ancora non si conosce, come questo lavoro francese (per altro di drammaturgo che a casa sua ha già incassato un Cesar, successi anche al cinema e in tv e perfino gossip)  fare un paragone con qualcosa che invece ci sia familiare. Se prendiamo come parametro l’esempio di una devastante guerra di coppia made in Usa, Chi ha paura di Virginia Wolf,  possiamo vedere come entrambi i drammi ruotino intorno a un figlio, reale, problematico, irrimediabilmente distruttivo nel Victor di Besos, proiezione immaginaria nell’altro caso. Colpisce anche la diversità  di linguaggio: tra un Albee che gioca su battute ad effetto , viatico perfetto per la fama degli interpreti  e un’emozione che invece,  qui,  si conquista più lentamente ma non si dimentica.

Onore al merito, è il caso di ripeterlo di Linda Gennari e Antonio Zavatteri, del disegno musicale di Edoardo Ambrosio con note di Bach e di  Arvo Part che sembrano lievitare dalla scenografia stessa, firmata da  Davide Livermore e Lorenzo Rosso Rainaldi. Parlando delle regie di Livermore è ormai “ovvio” , quasi sempre, citare il suo talento immaginifico e la capacità di amalgama. In questo caso è più che mai evidente come tutto questo non distolga mai la sua attenzione dagli attori e che, sia quando dirige grande orchestre sia quando e di fronte a solisti o a ensemble da camera, si guardi bene dal considerarli  “complementi d’arredo”!