Ugo Dighero, brillante Arpagone al Modena

I grandi classici sono voci che vengono non dal passato, ma dal futuro. “E’ naturalmente un paradosso, ma l’universalità dei classici sta in questo: aver capito e intuito genialmente cosa è l’umanità proiettandola nel futuro”. Lo sosteneva il compianto Marco Sciaccaluga: l’attualità dei capolavori di Shakespeare come di Molière sta proprio nella loro capacità di parlarci di oggi, del nostro tempo, mostrandoci come nei secoli l’uomo non sia purtroppo cambiato con le sue debolezze e i suoi difetti.

Ieri sera il Teatro Nazionale ha presentato in prima assoluta L’avaro di Molière in una coproduzione con il Teatro Stabile di Bolzano, Artisti Associati Gorizia e Centro Teatrale Bresciano.

Molière scrisse L’avaro nel  1688 e Arpagone, erede di caratteri tipici del teatro antico (si pensi a Plauto e alla sua Aulularia)  è diventato il simbolo, l’incarnazione dell’avaro, dello strozzino per il quale il dio denaro sta al di sopra di tutto, anche dei figli. In epoca di sfrenato consumismo quale è la nostra, in un tempo in cui conta sempre più l’apparenza della sostanza ed essere “alla moda” è un “dovere” imprescindibile, la storia di Molière è purtroppo di una attualità drammatica.

Basandosi sulla traduzione e sull’adattamento di Letizia Russo il regista Luigi Saravo ha dunque attualizzato la storia portandola nei giorni nostri. Una scena costruita con quattro vetrine che spostandosi determinano gli spazi e una grande porta nel fondo che nasconde il “tesoro” di Arpagone. Su uno schermo posto nel fondo di tanto in tanto vengono proiettati spot del consumismo odierno, intonati secondo uno stile “liturgico”, esaltazione del “dio” denaro.

In questo contesto si dipana l’intreccio di Molière reso divertente e fluido dalla organizzazione registica di Saravo e dalla bravura dell’intero cast.

Nel ruolo di Arpagone c’era Ugo Dighero, attore formatosi alla scuola dello Stabile, una lunga carriera teatrale alle spalle e una altrettanto intensa attività televisiva: lo ricordiamo nella recente, fortunata serie di Blanca in cui veste i panni del padre della protagonista.

Un momento dello spettacolo al Modena

 

Dighero  è attore completo che sa dominare la scena e riesce a conferire al personaggio dell’avaro una giusta cattiveria, mista a ironia e, anche, a un senso di malinconica tenerezza. Arpagone e indubbiamente un personaggio negativo ma la rilettura di Dighero per certi aspetti lo riabilita, c’è lo rende meno ostico: bravissimo nel monologo del furto, ma abile anche a dettare i tempi in scena, ben coadiuvato dagli altri artisti. Mariangeles Torres  si è divisa con verve e simpatia fra la ruffiana Frosina e il servitore di Cleante.  Stefano Dilauro è stato un eccellente Cleante al pari di Elisabetta Mazzullo e Fabio Barone che hanno vestito rispettivamente i panni di Elisa e di Valerio: di quest’ultimo si segnala lo scontro con arpagone al momento del furto del denaro, una scena costruita è risolta con efficacia drammaturgica. Ancora da ricordare Rebecca Redaelli (Marianna) e poi Cristin Giammarini e Paolo Li Volsi. Belle e funzionali le musiche di Paolo Silvestri.

Teatro affollato, gli applausi sono stati calorosissimi. Repliche fino al 26 novembre.